Un vaccino contro i deepfake

La storia del fondatore di IdentifAI, start-up che vende sistemi di riconoscimento di immagini, audio e video generati dall’intelligenza artificiale

Marco Ramilli si ricorda di quel giorno. La foto di Papa Francesco avvolto in un piumino griffato sta inondando i social. I giornali di tutto il mondo la rilanciano; da marzo 2023 la parola deepfake irrompe nel dibattito pubblico. Ramilli intuisce il pericolo; come cittadino, si preoccupa per il futuro della democrazia e della corretta informazione. Ma è anche un imprenditore. E in quella foto vede un’opportunità di business: si chiama IdentifAI, una start-up che in appena un anno ha raccolto 7,2 milioni di euro.    

Nella sua vita precedente Ramilli era un ricercatore nel campo della cybersicurezza. Prima una laurea in informatica all’Università di Bologna, poi un dottorato di ricerca all’UC Davis, in California, nel regno della tecnologia: «Sono ed erano avanti anni luce sul digitale». A dodici anni ha posato per la prima volta lo sguardo su un monitor: «Mio padre aveva acquistato un 286 di IBM, con il quale gestiva il magazzino di famiglia, una piccola azienda nel settore calzaturiero». Comincia a compulsare il computer, tra mensole polverose e scaffali colmi di lacciuoli e solette. 

Nel suo settore, la cybersecurity offensiva, devi pensare e agire come un hacker. Ci sono società che ti pagano per bucare i loro siti e testarne le difese. Lo fanno anche gli Stati; Ramilli ha lavorato per il National Institute of Standards and Technology, un’agenzia del governo federale degli Stati Uniti d’America: «Quello che facevo era guardare i sistemi di voto elettronico. Sono sicuri? Oppure ci può essere qualcuno che lo può violare e di conseguenza può compromettere un’elezione»? Ormai «saranno sistemi antiquati», ma preferisce non scendere nei dettagli. 

Ramilli è passato anche per Palantir. Oggi è una corporazione che genera miliardi di ricavi e accumula commesse con il Dipartimento della Difesa, ma al tempo era ancora una start-up, di quelle in cui si respira «la bellezza del garage». Eppure Peter Thiel (già co-fondatore di PayPal, eminenza grigia di Palantir) pianificava l’espansione oltreoceano: «Quando hanno scoperto che parlavo l’italiano mi hanno chiesto di tornare a casa, per aprire una filiale».

L’informatico rientra in Italia con un percorso già definito davanti a sé: «Era una start-up in crescita e avevo un ruolo apicale in Italia, quindi avrei potuto ambire a un ruolo apicale in Europa». Ma per la prima volta Ramilli ragiona da imprenditore: si rende conto che l’Italia ha accumulato ritardi sul fronte cybersecurity. Lascia Palantir – «una mossa da pazzo» – e fonda Yoroi, azienda che sviluppa e gestisce sistemi di difesa informatica. Nel 2024 il gruppo italiano Tinexta/Cyber ha completato l’acquisizione della società; per rilevarne la proprietà ha versato, in due tranche, più di quaranta milioni di euro.  

Ora Ramilli si occupa a tempo pieno di IdentifAI, la sua nuova creatura. Con l’avanzare dello sviluppo tecnologico le tecniche deepfake vengono affinate e il confine che separa realtà e finzione, di riflesso, si fa sempre più labile. Le immagini suscitano emozioni forti, possono spostare opinioni; i social media fanno il resto, amplificandone la diffusione (perché l’algoritmo premia contenuti divisivi, che polarizzano). L’imprenditore insiste su un punto: «La tua mente non può competere contro questa tecnologia». Si tratta di riequilibrare i rapporti di forza: «Solo nel momento in cui tu sai che quel contenuto è stato creato artificialmente diventa un confronto equo. Altrimenti è una lotta impari». 

Ramilli si intesta una missione civica, va oltre il tradizionale paradigma d’impresa (orientato esclusivamente al profitto): non pretende di risolvere il problema – «è troppo grande» –  ma di contribuire. «Se poi la disinformazione sarà più grande di noi d’accordo», dice con un filo di rassegnazione, «però quello che vogliamo fare è offrire gli strumenti per poterci difendere; le conseguenze altrimenti potrebbero essere devastanti». Così mentre Big Tech punta tutto sulla tecnologia generativa Ramilli ha deciso di scommettere sull’«IA degenerativa»: i sistemi sviluppati da IdentifAI scompongono il contenuto (ad esempio, un’immagine) e lo esaminano a fondo, alla ricerca di tracce (come regolarità innaturali o altri dettagli che provano l’origine artificiale del prodotto). L’algoritmo non ti restituisce una risposta univoca (sì/no) ma quantifica la probabilità che il contenuto sia stato realizzato dall’IA. Al netto delle tecnicalità informatiche alla base c’è un’intuizione semplice: «se l’IA è così brava da illudere l’occhio umano, proviamo ad addestrare l’IA a riconoscere i deepfake». 

In teoria gli organi d’informazione sono i clienti naturali della start-up. Eppure i media – ad eccezione de Il Sole 24 Ore, che ha siglato una partnership con IdentifAI – hanno manifestato scarsa attenzione verso il tema. «Ci aspettavamo di più; l’idea era di lavorare con i giornalisti», confessa Ramilli, «però mi rendo conto che oggi il settore è in difficoltà, quindi capisco che possono fare fatica a dotarsi di nuove tecnologie». Dunque chi acquista i servizi di IdentifAI? «Principalmente banche o assicurazioni: se fai un incidente in macchina con un danno da 300 euro, fotografi il graffio e lo fai diventare un danno da 1700 euro…è fondamentale effettuare verifiche, per evitare frodi». 

E anche se i media tradizionali adottassero questi strumenti potrebbe non essere sufficiente; si dovrebbe intervenire sulle piattaforme social effettuando «controlli a monte». In concreto, «verifiche sui contenuti» – attraverso l’ausilio di sistemi degenerativi – non appena vengono caricati, in maniera automatica, di modo che agli utenti venga segnalato, fin dal principio, che si tratta di un deepfake. Perché una notizia falsa corre più velocemente della sua smentita. Ramilli è ottimista: «ci si arriverà. Altrimenti le persone perderanno interesse per il digitale». 

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