«Tutti hanno la stessa idea in testa: scappare»

Tra guerra, repressione e crisi economica, i giovani iraniani crescono senza vedere un futuro in patria

Dubai sembra il set di un film costruito in mezzo al deserto: grattacieli, centri commerciali, auto di lusso. Una città progettata per finanzieri, miliardari e turisti benestanti. L’escalation del conflitto tra Iran, Stati Uniti e Israele ha infranto la bolla di vetro. A fare da sottofondo non è più il traffico. È il ronzio metallico dei droni. Intorno, palazzi in fiamme in pieno centro e colonne di fumo sopra gli edifici. Le autorità degli Emirati Arabi Uniti cercano di contenere il danno d’immagine. Filmare e diffondere video degli attacchi è illegale: circa cento persone sono state arrestate per aver mostrato sui social i danni causati dalle esplosioni. La narrazione ufficiale resta quella di una città stabile. La realtà è più fragile. Di notte i telefoni restano accesi: potrebbe arrivare un allarme che segnala un missile in arrivo. Mentre i residenti urlano e corrono nei parcheggi sotterranei per trovare rifugio, S., una ragazza iraniana arrivata a Dubai da poco, conta i battiti accelerati del suo cuore. Sta bene. Torna a dormire.

«Ho già sentito quel tonfo prima. È un suono impresso nella mia memoria. So che ci sono persone che moriranno, ma non ho paura. In molti si stanno spostando verso altri Paesi come l’Oman perché sono spaventati dalla situazione. Io invece ci sono abituata». Questa è la parte più difficile da spiegare: l’anestesia. Una generazione talmente abituata al collasso da non riuscire più a provare terrore.

Tweet centrato

S. si è trasferita da Teheran circa cinque mesi fa. In Iran era la vicedirettrice di un asilo con più di 300 bambini. Si era costruita una carriera con sette anni di lavoro. Oggi, a Dubai, ricomincia da zero. È un reset che riguarda gran parte della diaspora iraniana: persone con lauree e anni di esperienza che accettano di diventare «nulla» per sfuggire a un’economia in declino. «Siamo stati costretti ad andarcene. In Iran non conta quanto lavori. I giovani non vedono un futuro. Il regime ci ha tolto gli anni migliori della nostra vita, ha negato diritti fondamentali e l’inflazione aumenta ogni giorno». A Teheran, un mese di lavoro basta appena per l’affitto e le spese alimentari di base. Beni un tempo comuni come carne, frutta o latticini sono diventati un lusso riservato ai vertici del sistema. Tra i suoi amici più stretti, racconta S., almeno una dozzina ha lasciato il Paese negli ultimi mesi: Dubai, Europa, ovunque sia possibile. «Tutti hanno la stessa idea in testa: scappare».

Le proteste in Iran vanno avanti da anni, a ondate che si accendono e vengono represse. Le ultime sono partite nei bazar di Teheran proprio per l’insostenibile costo della vita. La pressione economica per S. e la sua generazione è solo l’ultimo strato di una repressione più intima. «Nel 2022 abbiamo avuto l’insurrezione per Mahsa Amini, una ragazza uccisa dalla polizia religiosa per il suo hijab. Io ho vissuto questa esperienza tre volte: a 13 anni, a 17 e a 21, quando ero studentessa universitaria. Avevo il velo messo male e mi hanno portata alla stazione di polizia come una criminale. Mi hanno messo un cartello in mano con sopra nome e cognome, poi hanno scattato delle foto segnaletiche da diverse angolazioni. La stessa cosa è successa a Mahsa Amini, ma lei è morta. Le persone sono scese in piazza per protestare e io ero tra loro. È stato tremendo. I pasdaran sparavano alle persone davanti ai nostri occhi». Nelle piazze del 2022, durante le manifestazioni del movimento Donna, Vita e Libertà, la sopravvivenza dipendeva da pochi oggetti di uso comune: panni bagnati per i gas lacrimogeni, occhialini da nuoto contro i proiettili di gomma e qualcosa di affilato in tasca per ogni evenienza. «La gente è senza paura perché non ha più nulla da perdere: o ti uccidono loro o muori di fame». Tra chi protesta, molti citano Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià, cresciuto all’estero, come possibile punto di riferimento politico. «È l’unico nome che si sente», dice S., ma il consenso non è uniforme. L’opposizione è frammentata, senza una direzione condivisa.

A gennaio, mentre i guardiani della rivoluzione islamica massacravano i suoi coetanei, S. era già a Dubai. Dopo poco arriva il blackout: il regime spegne internet e le linee telefoniche, lasciando il Paese in silenzio. Per giorni nessun contatto. «È stato il periodo peggiore. Non sapevo se la mia famiglia fosse viva». Il padre di S. si collega di nascosto a Starlink. È illegale e rischia di essere arrestato, ma è l’unico modo per comunicare. Le conversazioni durano poco, circa trenta secondi: stiamo bene, avverti i tuoi amici all’estero che anche i loro genitori sono sani e salvi. S. diventa una specie di centralino per la diaspora capace di rompere l’isolamento di Teheran.

Quando i droni iraniani iniziano a colpire gli Emirati Arabi, S. si accorge che i colleghi la guardano in modo diverso. «Sento di dover spiegare a tutti che ad attaccare non è il mio Paese, ma il regime che è anche il nostro nemico». Una distinzione che fuori dai confini della Repubblica islamica spesso si perde. Nelle chat di lavoro la parola Iran compare in continuazione. «Mi sentivo in imbarazzo. Dovevo giustificarmi».

Il sistema di oppressione del regime ha creato in lei una frattura, tanto che si definisce una «musulmana islamofobica»: «Sono sciita ma odio l’Islam. Per me significa solo hijab, polizia religiosa ed estremisti. A Dubai ho avuto uno shock: ho visto persone vivere la fede come una scelta, con bellezza. In Iran l’hanno usata per torturarci».

Questo odio riemerge quando guarda le immagini dei bombardamenti israeliani o statunitensi a Teheran su Channel 12, rete televisiva israeliana. Dove molti vedono solo bersagli colpiti su una mappa, lei osserva i luoghi della sua infanzia ridotti in macerie. Festeggia. «È una sensazione agrodolce. Fa male, ma i palazzi si possono ricostruire. Spero che bruci tutto, se questo serve a far cadere il regime».

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