Iran nel silenzio, «Non hanno nessuna voce»

«Trenta secondi. Mi hanno detto che stavano bene e di non preoccuparmi. Poi è caduta la linea», racconta Sahar (nome di fantasia), una giovane iraniana arrivata in Italia tre anni fa per studiare.

Dopo giorni di tentativi e più di duecento chiamate senza risposta, quella telefonata con la sua famiglia a Teheran dura meno di un minuto. Il tempo di una rassicurazione, poi di nuovo silenzio.

È il 20 marzo 2026, giorno di Nowruz, il Capodanno persiano, una delle festività più importanti del Paese. Una ricorrenza millenaria che coincide con l’arrivo della primavera e segna l’inizio del nuovo anno nel calendario iraniano. Città animate da festeggiamenti, tavole imbandite, visite a parenti e amici. Una tradizione che molti continuano a seguire anche lontano da casa.

Da gennaio, comunicare con l’Iran è diventato sempre più difficile: in diverse aree del Paese la connessione a internet viene rallentata o bloccata e i contatti con l’esterno sono intermittenti.

È quello che succede anche a Sahar. I suoi genitori e sua sorella sono rimasti a Teheran, separati da lei da migliaia di chilometri e linee telefoniche che non funzionano.

Nonostante la distanza, quello che accade in Medioriente resta il primo pensiero della giornata per la ragazza. «La mattina, appena sveglia, controllo subito le notizie», racconta. «Cerco di capire cos’è successo nelle ultime ore». È diventata una routine quotidiana: aprire siti di informazione, controllare i social, cercare aggiornamenti dalle pagine degli attivisti.

Parlare della propria situazione la mette a disagio. Sahar lo ripete più volte: la telefonata con la famiglia non è la parte più importante della sua storia. «Non poter parlare con i miei cari è difficile», dice, «ma rispetto a quello che sta accadendo in Iran è una cosa molto piccola». I suoi genitori stanno bene. È proprio questo che le provoca una sorta di senso di colpa: «So che sono al sicuro», spiega. «Molte altre persone no».

Così ha accettato di raccontare la sua storia. Non per parlare della propria esperienza, ma per attirare l’attenzione sulla gravità di quello che sta accadendo nel Paese. «Ci sono persone che vengono uccise ogni giorno», dice, «e il numero delle esecuzioni sta aumentando sempre di più».

Secondo Sahar, uno degli aspetti più difficili da comprendere dall’esterno è proprio il controllo dell’informazione. Quando internet viene rallentato o bloccato, le notizie smettono di circolare. Le famiglie non riescono a contattare i parenti all’estero. Gli arresti restano senza testimoni. I processi avvengono nel silenzio, lontano dall’attenzione internazionale.

«Le persone non hanno accesso alle notizie», spiega. «Possono vedere solo la televisione di Stato e questo cambia completamente la percezione della realtà. Qualsiasi canale o media dirà che tutto sta andando bene, che l’Iran sta vincendo la guerra». Il risultato è che anche all’estero diventa difficile capire cosa stia realmente succedendo. «È questo che mi spaventa», dice. «Nessuno sa davvero come stanno le cose, si ha un’informazione parziale e controllata».

Negli ultimi mesi le organizzazioni per i diritti umani denunciano un aumento delle esecuzioni legate alle proteste antigovernative. Sahar cita i casi di Mehdi Ghasemi, Saleh Mohammadi e Saeed Davoodi, arrestati durante le manifestazioni e successivamente giustiziati con l’accusa di aver ucciso membri delle forze di sicurezza. Le autorità li hanno condannati per moharebeh, un’accusa che significa “inimicizia contro Dio” e che viene spesso utilizzata nei processi politici contro oppositori del regime. I tre avrebbero confessato sotto tortura e non avrebbero avuto accesso a un processo equo. «Succede spesso», dice la ragazza. «Prendono persone giovani e cercano di far dire loro cose che non hanno fatto».

Anche Peyvand Naeimi, appartenente alla minoranza religiosa baháʼí, rischia la stessa condanna: il ragazzo sarebbe stato arrestato e sottoposto a forti pressioni e torture per estorcere una confessione e costruire un’accusa che potesse portare alla pena di morte. I baháʼí, la più grande minoranza religiosa non musulmana del Paese, sono da decenni oggetto di persecuzioni sistematiche da parte delle autorità iraniane. «La maggior parte delle volte il regime sceglie persone che non hanno modo di difendersi», continua Sahar, «e cerca di costruire accuse contro di loro».

Tra le storie che circolano tra attivisti e organizzazioni indipendenti c’è anche quella di Ameneh Ghasemzadeh e del figlio quindicenne. Secondo diverse fonti, la donna e il ragazzo sono stati arrestati dopo aver espresso gioia per la morte della Guida Suprema Ali Khamenei. Da allora non si hanno notizie sulla loro situazione o sul luogo di detenzione. «Potrebbero essere ovunque. O già deceduti»

Vivere fuori dal Paese non significa sentirsi al sicuro. Molti oppositori raccontano che il regime continua a esercitare pressioni anche su chi si trova all’estero: «Ho paura comunque», dice Sahar. Per gli attivisti iraniani, il governo utilizza spesso strategie indirette contro chi critica il regime: confisca di proprietà, minacce di morte ai familiari rimasti nel Paese, arresti o intimidazioni, tutto senza prove. «Colpiscono le famiglie», racconta. «È un modo per far tacere le persone».

Da anni l’Iran è attraversato da una serie di proteste. Le manifestazioni esplose dopo la morte di Mahsa Amini nel 2022 hanno dato vita al movimento “Donna, Vita, Libertà”, che ha mobilitato milioni di persone contro il sistema politico della Repubblica Islamica. Le mobilitazioni sono state represse duramente, con centinaia di morti e migliaia di arresti. Per Sahar il problema non riguarda singole politiche, ma l’intero sistema. «Le persone hanno provato tutto, rischiano ogni giorno la vita», dice, «ma questo governo non cambia, resta lì immutato». L’unica alternativa possibile è un cambiamento politico radicale. «Il regime deve cadere».

È anche per questo che Sahar ha deciso di raccontare la sua storia. Non per parlare della telefonata con la sua famiglia, ma per portare all’attenzione storie che altrimenti resterebbero inascoltate. «Se le persone parlano di qualcuno, se il suo nome circola, a volte quella persona può salvarsi.». Quando i casi diventano pubblici, spiega, le esecuzioni possono essere fermate. Il problema è quando nessuno ne sa niente. Per Sahar la vera questione non è solo la repressione. È il silenzio. «Non hanno nessuna voce», dice. Bisogna continuare a parlarne.

Perché a migliaia di chilometri di distanza, tra una connessione che cade e una telefonata di trenta secondi, c’è un Paese intero che rischia di restare invisibile.

Podcast ZetaPOD

Podcast

TG ZetaTG

TG

GR ZetaGR

GR

Iscriviti a
Zeta Data Lab

Iscriviti alla nostra newsletter