Lavorano senza mai concedersi una pausa, in file ordinate, ripetendo sempre gli stessi movimenti. Sono manichini senza vita, placcati in metallo e plastica industriale: cavi elettrici e molle come legamenti, l’intelligenza artificiale che fa da cervello, un groviglio di fili, schede e chip al posto del cuore. Per ora riescono ad eseguire soltanto azioni semplici – camminare in linea retta, salire gradini, evitare ostacoli – ma ogni giorno il progresso alza l’asticella. Infatti le fabbriche cinesi e americane si stanno riempiendo di “robot umanoidi”.
Ma se un hacker riuscisse ad assumerne il controllo da remoto? Potrebbe manovrarlo a distanza, come in un videogioco. Oppure trasformare l’androide in una spia silenziosa, per carpire segreti industriali e raccogliere informazioni a beneficio di governi nemici. Sembra la trama di una spy-story però è un pericolo concreto, che la politica americana prende molto seriamente: il Congresso discuterà una legge che vieta al governo federale di acquistare o utilizzare robot di fattura cinese.
Il 26 marzo Tom Cotton (repubblicano) e Chuck Schumer (democratico) hanno depositato l’American Security Robotics Act in Senato; il giorno successivo la deputata conservatrice Elise Stefanik ha presentato un testo gemello (“companion bill”, nel linguaggio parlamentare Usa) alla Camera.
All’inizio si riteneva, per come era stato introdotto, che dovesse riguardare soltanto i robot umanoidi di marca cinese. Ma in realtà la norma copre tutti i «sistemi di veicoli terrestri senza pilota» prodotti o assemblati da «entità» connesse a governi nemici: in pratica, non solo umanoidi ma anche strumenti di sorveglianza remota (piccoli mezzi usati per ispezionare o monitorare ambienti), tecnologie di pattugliamento autonomo e dispositivi mobili (categoria più ampia, in cui rientrano congegni su ruote, cingoli o altre basi che si spostano a terra).

Se il provvedimento entrasse in vigore la pubblica amministrazione non potrebbe più comprare, ordinare o prendere in fornitura questi robot. Ma il testo si spinge oltre: a un anno dall’approvazione, per ogni agenzia che già impiega questi dispositivi (perché li ha comprati prima del bando), scatterebbe l’obbligo di dismetterli, sostituirli o metterli fuori servizio. La legge non prevede solo lo stop degli acquisti; vieta a università e centri di ricerca di usare fondi federali – assegnati tramite contratti o bandi – per comprare o far operare tecnologie coperte dal divieto.
«I robot prodotti dalla Cina comunista minacciano la privacy degli abitanti dell’Arkansas e la nostra sicurezza nazionale», ha dichiarato il senatore Cotton. Secondo Schumer le aziende cinesi, con la regia del Partito Comunista, «stanno seguendo il loro copione abituale – questa volta nella robotica – cercando di inondare il mercato statunitense con la loro tecnologia, che presenta concreti rischi per la sicurezza e minacce alla privacy degli americani, oltre che alla ricerca e all’industria americana».
Alcuni dipartimenti – sicurezza interna, difesa, esteri e giustizia – potrebbero essere esentati dal bando se impiegano questi strumenti per ricerca, cybersecurity, controterrorismo, controspionaggio o indagini; ma solo a patto che non possano trasmettere dati né riceverne dalla Repubblica popolare cinese. Quindi, dopo interventi tecnici e modifiche che annullino questo rischio.

In teoria prendere il controllo di un umanoide da remoto è possibile; quando è connesso alla rete, espone canali e punti d’accesso. Si tratta a tutti gli effetti di un computer con gambe, telecamere, microfoni e sensori; se un hacker lo bucasse riuscirebbe a vedere attraverso “i suoi occhi”. Per contenerne il rischio si può far lavorare il robot in locale, separandolo dalla rete. Ma può arrivare in fabbrica già infettato, con programma o componenti interni alterati.
Arturo Giacobbe, dottorando al Dipartimento di Meccanica del Politecnico di Milano, spiega a Zeta che si tratta di un rischio concreto: «se in fase di produzione o programmazione, quindi nella sede del produttore – diciamo in Cina – si riesce a installare un malware nel firmware del robot, a quel punto il robot è compromesso. Il software malevolo può rimanere dormiente per qualche mese. Poi si attiva da solo e trasmette dati, per esempio sotto forma di aggiornamenti di sistema. L’utente potrebbe non accorgersene mai». Secondo il ricercatore esistono soltanto due soluzioni: controlli a tappeto lungo tutta la filiera e usare codice open-source, cioè “visibile”: in questo modo gli esperti possono leggerlo e capire che cosa fa davvero, quali dati raccoglie e a chi li manda.
Dietro l’azione bipartisan, coordinata da politici di peso, non solo ragioni geopolitiche ma anche gli interessi dell’industria robotica americana, che teme la concorrenza cinese. Il provvedimento richiama anche altri paesi (come l’Iran), ma nel segmento degli umanoidi è il Dragone il primo mercato ed ecosistema industriale (il grosso dell’implementazione, va precisato, è ancora concentrato in ricerca, training e demo). Counterpoint Research, società privata di analisi del mercato tecnologico, conta 16.000 installazioni in tutto il mondo nel corso del 2025; di queste, circa 12.800 (l’80%) solo in Cina.
I nomi più importanti del settore sono Agibot, Ubtech, Unitree; lo scorso anno un gruppo di parlamentari ha sollecitato il Pentagono ad aggiungere quest’ultima alla lista di aziende che collaborano con l’esercito della Repubblica popolare. Il Dipartimento della Difesa però in passato ha acquistato partite di quadrupedi prodotti da Unitree. Se la legge dovesse passare se ne dovranno liberare; magari, è l’auspicio dei promotori dell’American Security Robotics Act, sostituendoli con tecnologia made in Usa.








