Nel villaggio di Deh-e Qazi nel nord dell’Afghanistan il sole d’estate batte così forte che la terra sembra incendiarsi. Con le dita strette attorno alla confezione di assorbenti da poco comprata e lo sguardo perso nella distesa arida fuori la finestra, Nasrin Mawlany riflette che due ore di viaggio e cento afghani (circa 1,37 euro) sono un prezzo troppo alto per ciò che ha tra le mani. Lei presto farà ritorno a casa a Mazar-i-Sharif, dove le farmacie non mancano, ma per le donne che abitano nella zona rurale della provincia di Balkh la difficoltà rimane. «Ricordo di aver pensato: “Vorrei poterle aiutare”, ma allora mi sembrava impossibile», racconta Mawlany a Zeta. Cinque anni dopo, è arrivata seconda al Women Business Prize, premio a sostegno dell’imprenditoria femminile afghana, e con i guadagni ottenuti ha fondato Safa Pads, azienda con cui realizza prodotti lavabili e riutilizzabili per l’igiene mestruale.
Il concorso è stato realizzato in collaborazione con il ministero del Commercio e dell’Industria del Paese, grazie agli sforzi dell’associazione non-profit NOVE Caring Humans, che dal ritorno dei talebani a Kabul nel 2021 tratta con l’emirato islamico per portare avanti il lavoro sul territorio. La direttrice Livia Maurizi spiega: «Si tratta di una negoziazione continua, ma ogni giorno scegliamo di rimanere nel tentativo di aprire spazi di autonomia per le donne in uno Stato dove non hanno alcun diritto». È così che nasce l’idea di assegnare un riconoscimento alle attività femminili più innovative: «L’imprenditoria è tra i pochi mestieri consentiti dal regime, perciò abbiamo scelto di finanziare progetti in quest’ambito». Un’iniziativa che ha fornito più di un aiuto economico: «Il nostro obiettivo era offrire la speranza che il futuro potesse essere migliore del presente e penso che ci siamo riuscite».
Prima che i fondamentalisti islamici tornassero al governo, Mawlany era una studentessa di Scienze Politiche e lavorava per un’organizzazione non governativa dando supporto ai più fragili: «Vedevo tante persone con problemi di salute perché non riuscivano ad accedere a cibi sani, a medicinali o a prodotti sanitari sicuri. Desideravo aiutarle, ma per anni ho temuto non fosse possibile». Dalla restaurazione del regime, alle donne è stato negato l’accesso all’istruzione dopo i 12 anni, al lavoro (con poche eccezioni) e alle cure mediche, a causa della segregazione di genere. «Per questo aver potuto lanciare Safa Pads significa così tanto per me», ammette commossa: «È più che una società, è il mio sogno che si avvera».


Ogni scatola contiene da tre a cinque assorbenti in tessuto ipoallergenico, pensati per essere lavati e utilizzati fino a un anno, e un opuscolo illustrato in dari, lingua ufficiale del Paese insieme al pashtu: «Il mio obiettivo è creare un’alternativa economica ai classici prodotti a uso singolo e sensibilizzare sull’importanza dell’igiene mestruale». Un tema stigmatizzato nella società locale: «Sono fortunata perché in casa mia non è mai stato un tabù, ma quasi tutte le donne che conosco sono cresciute pensando di non doverne parlare e di doversi vergognare di una parte di sé che è naturale e fuori dal loro controllo. La mia è la migliore famiglia che una ragazza afghana possa avere».
Gli occhi le si addolciscono quando parla dei suoi genitori. La madre è tagika, il padre è turkmeno, due gruppi etnici differenti con tradizioni e abitudini diverse: «I turkmeni sono noti per essere severi e restrittivi, anche più dei pashtun. Non consentono neanche alle bambine più piccole di avere un’istruzione di base. Mio papà non è così. Ha voluto che le mie sorelle e io andassimo a scuola come i nostri fratelli, finché è stato possibile». Quando i soldi erano pochi e acquistare da mangiare diventava complesso, non gli ha fatto mancare il denaro per comprare penne e quaderni: «Siamo quattro femmine e tre maschi, sfamare sette figli è difficile, ma non è mai stata una ragione sufficiente per smettere di studiare».
Grazie ai ricavi della ditta, a 23 anni Nasrin Mawlany è la seconda fonte di reddito della sua famiglia: «Sono la maggiore, sento la responsabilità di contribuire affinché i miei cari abbiano una vita dignitosa, ma voglio farlo anche perché ho sempre sentito il loro supporto». Quando il 7 luglio 2025 si è aggiudicata un premio in denaro del valore di 2000 dollari per dare avvio a Safa Pads, erano a Kabul per celebrare insieme a lei la vittoria: «Mio padre era seduto davanti a me mentre spiegavo perché le mestruazioni devono smettere di essere un tabù. Quando ho finito di parlare mi si è avvicinato e mi ha detto: “Sono fiero di te”».
L’edizione 2025 del Women Business Prize ha raccolto 140 candidature provenienti da 11 delle 34 province. «Siamo riuscite a raggiungere aree remote e rurali del Paese», dichiara Livia Maurizi: «La proposta che mi ha colpito di più ne è un esempio: è arrivata da Daikondi, scritta a mano su tanti pezzetti di carta che poi sono stati fotografati». Per il 2026 l’obiettivo è aumentare il numero dei premi suddividendoli per categorie e raggiungere ulteriori territori: «È il nostro modo di mostrare alle donne afghane che possono ancora costruire qualcosa per sé stesse. Mi piace chiamarla “resistenza silenziosa”».
Dopo aver fondato Safa Pads, che definisce con affetto un «pezzo di cuore», Nasrin Mawlany guarda oltre: «Non voglio che il mio percorso costituisca un’eccezione. Desidero un futuro in cui le giovani donne abbiano la libertà di sognare senza limiti, in cui le mie sorelle e tutte le ragazze afghane abbiano il diritto di fare grandi cose».








