Per la terza volta, la Nazionale italiana non parteciperà ai Mondiali. Dopo le dimissioni di Gabriele Gravina dal ruolo di presidente della Figc (Federazione Italiana Giuoco Calcio) si sono dimessi prima Gianluigi Buffon da capo della delegazione della Nazionale e nella mattinata di venerdì 3 aprile anche Gennaro Gattuso, allenatore degli azzurri.
Fulvio Collovati, difensore della Nazionale dal 1979 al 1986, campione del mondo al Mondiale Spagna 1982, e Filippo Galli, storico difensore del Milan dal 1983 al 1996, poi allenatore e dirigente sportivo ne hanno discusso con Zeta Luiss.
Partendo da idee diverse, c’è un punto su cui entrambi concordano: cambiare le persone non basta. Il problema del calcio italiano è strutturale, culturale, ed è fermo ormai da anni.
Collovati non cerca mediazioni: «Il problema non è il nome. È successo con Carlo Tavecchio, è successo con Gravina. Si parla di riforma da 15, 20 anni, ma non si riforma niente». Quando prova a spiegare dove si inceppa questo sistema, parte da un dato concreto: «Il calcio italiano è pieno di stranieri, circa il 70%. Serve una riforma a livello giovanile che obblighi le società, nelle rose di 25 giocatori, ad avere almeno 5 giovani e tra i 10 e i 15 italiani. Oggi, rispetto al calcio inglese, siamo molto indietro».
Non è una questione di talento. Il riferimento torna spontaneamente al 2006 e a quella generazione di campioni: Francesco Totti, Andrea Pirlo, Fabio Cannavaro, Andrea Del Piero. Non sono irripetibili. Collovati: «Non posso pensare che dopo vent’anni in Italia non nasca più nemmeno un fuoriclasse». La sua risposta è altrettanto chiara: «Il talento c’è, ma si perde. Non viene curato: si disperde nella tattica».
Non è solo il sistema da cambiare, ma il percorso dei giocatori, il modo in cui vengono formati o, forse, frenati. «Da noi giocano i quarantenni, ma non giocano i diciottenni», aggiunge, sottolineando una differenza culturale prima ancora che tecnica. «In Spagna, se uno è bravo, gioca a 18 anni. Da noi no: è un problema di mentalità».
Filippo Galli concorda e sposta il discorso ancora più in profondità. «Arrivano tardi a essere pronti. Noi, anche per questo, finiamo per facilitare, e posso dire sostenere, l’attività di procuratori e agenti: si fa molto player trading». L’attività di comprare calciatori a poco, valorizzarli e rivenderli a tanto, «ci porta ad avere tanti stranieri. La Serie A dovrebbe riconoscere un premio consistente quando un giocatore del proprio settore giovanile arriva in prima squadra, così le società sarebbero spinte a lavorare di più sui giovani e sul territorio».
Anche Collovati sottolinea la responsabilità della Lega: «Bisogna tornare a rispettare il valore della maglia» afferma e lo fa con un esempio preciso: «In occasione di una partita di qualificazione, il campionato si sarebbe potuto sospendere. Negli altri Paesi è stato fermato per due settimane, noi abbiamo giocato fino alla domenica precedente. La squadra ha bisogno di creare gruppo, di stare insieme», insiste, come a indicare che anche il rendimento passa da ciò che succede fuori dal campo.
E fuori dal campo, per Collovati, c’è anche un altro problema: la critica. «Ai miei tempi bastava un pareggio contro Cipro o Lussemburgo e il titolo sui giornali il giorno dopo era “vergognatevi” oppure “andate a casa. Oggi la critica dura un giorno e poi finisce lì. Così manca lo spirito critico, che aiuta a riflettere e a migliorarsi».
Per Filippo Galli: «Dobbiamo cambiare il pensiero calcistico che c’è in Italia. Troppo utilitaristico, basato sull’idea che si debba sempre subire per poi contrattaccare». È una cultura che si riflette nel modo di giocare, ma anche nel modo di insegnare. «Non vogliamo mai essere coloro che impongono il gioco. Si cambiano le persone, ma se non cambia il pensiero che le accompagna non andiamo da nessuna parte».
C’erano grandi aspettative per il nuovo “Progetto tecnico del calcio giovanile italiano” varato lo scorso 16 marzo dalla Federcalcio. Alla presentazione Maurizio Viscidi, coordinatore tecnico delle nazionali giovanili maschili della Figc aveva affermato: «La tecnica individuale sarà al centro del progetto, coniugata in tutte le sue forme metodologiche in base a età e capacità dei ragazzi. Quindi più gioco attraverso la tecnica e meno ricerca esasperata del risultato attraverso la tattica».
Galli non è d’accordo: «Non possiamo pensare di fare tecnica senza la tattica, perché la tattica è la scelta del gesto tecnico che compio in una situazione di gioco per risolverla. Nel momento in cui mi attaccano devo decidere che cosa fare tecnicamente se io non mi alleno con la presenza dell’avversario come faccio a sapere come superarlo. La tecnica risiede nella tattica».
Collovati sottolinea l’importanza dei ruoli: «I difensori devono fare i difensori, non devono costruire dal basso: è una balla colossale. Così finiamo per regalare tre, quattro, cinque occasioni a squadre come Irlanda o Bosnia, che normalmente non tirano mai in porta. Per decenni siamo stati forti grazie ai difensori e ai portieri; oggi facciamo fatica persino a formarne. Dobbiamo ripartire da lì, da quello che eravamo una volta».
Ne è convinto anche Galli: «Devono provare a mettere persone che abitino questo cambiamento. Il cambiamento nel mondo del calcio deve partire da chi forma i giocatori e prima ancora da chi forma gli allenatori. Dicevano che la bellezza salverà il mondo. Esiste anche una bellezza corale nel gioco del calcio: non c’è solo quella dell’uno contro uno. Se pensiamo a questo, riportiamo tutto all’idea che il calcio sia uno sport individuale, fatto di tanti duelli in mezzo al campo. Invece no: è anche questo, ma soprattutto è fatto di connessione tra i giocatori».








