Ricordi d’infanzia e inevitabilmente di guerra. Mario Andreose è nato a Venezia nel 1934 e la fine del fascismo la associa alle edicole che improvvisamente si riempiono di giornali. Ricordi soprattutto di carta. Ogni evento della sua infanzia corrisponde a qualcosa che ha letto. I primi anni sono quelli del Corriere dei Piccoli e della propaganda antinglese in rima baciata. Poi si passa a Dick il Fulmine, per i balilla più grandi e per gli avanguardisti. E così via con l’educazione cattolica del dopoguerra di Cuore e Piccoli Martiri. Fino all’ingresso nelle biblioteche e alla scoperta dei classici.
I libri ad un certo punto diventano un mestiere. A vent’anni lascia Venezia e si trasferisce a Milano dove inizia a lavorare come correttore di bozze al Saggiatore.
Da lì una lunga carriera da direttore e curatore. Prima in Mondadori, poi alla Bompiani, fino alla Nave di Teseo che ha fondato insieme a Umberto Eco, Elisabetta Sgarbi e Jean-Claude Fasquelle e di cui oggi è presidente. Questo futuro di libri e grandi nomi della letteratura fa spesso incursione nel racconto dell’“Educazione veneziana”.
Si tende nei memoir a separare i piani, guardando indietro alla propria vita isolando momenti e ricordi. Spesso forzando una cronologia il più possibile lineare che non dà conto però di come la memoria a volte non offra prospettive d’ordine.
Nel racconto di Andreose certi eventi e incontri dell’adolescenza trovano compimento soltanto nel futuro ed è il futuro a definirli nel ricordo. I libri ammirati da giovane e pubblicati da adulto, le “incursioni solitarie e gratuite” alla Biennale e all Mostra del Cinema che poi diventano inviti. La contestazione a De Chirico nel 48 e la successiva pubblicazione dell’opera letteraria con La Nave di Teseo.
Il lettore intravede anche una traiettoria di riscatto rispetto al contesto familiare.
(“Il nostro è uno standard di vita didignitosa indigenza: due camere da letto, tinello e cucina per cinque, dopo l’arrivo dei due miei nuovi fratelli. Non un granché. Ma c’è chi sta peggio, molto peggio”). Quella di Andreose è una famiglia povera, ad eccezione di alcuni zii proprietari di una grande libreria. Suo fratello gemello e un’altra sorella muoiono a quattro e tre anni. Un’infanzia segnata anche dal lutto. Nulla però nel ricordo si configura come limite o vantaggio, come nesso o conseguenza. Nessun desiderio di ripartizione, nessuna separazione dei piani.
L’”educazione veneziana” del titolo è il tempo ritrovato di un’infanzia legata a un luogo che oggi è difficile riconoscere e facile rimpiangere. Niente a che vedere con l’overtourism e i pickpocket. La Venezia di Mario Andreose è insieme la città di Hemingway all’Harry’s Bar e della parrocchia di Santa Maria del Rosario. Di Peggy Guggenheim a Palazzo Venier e delle case popolari di Campo Sant’Agnese.
La Fenice, la Biennale e il Cinema sono ancora patrimonio comune e riversano nelle strade e nei bar intellettuali, scrittori, registi. Alto e basso, panettieri e artisti, lo scultore Andrea Spadini che chiede di fare qualche palleggio col pallone, il pittore Ennio Finzi a cui sottoporre fogli e disegni. “Un abbozzo di vocazione artistica era inevitabile in un simile contesto”, lo scrive stesso Andreose.
Altri luoghi e altri personaggi provengono dalla letteratura. La vita diurna che a un certo punto si mischia a quella dei libri. È anche un’“autobiografia intellettuale”.
Una testimonianza di quello che accade a chi capitano i libri come passione.
I piani si confondono ancora. I dialoghi tra il laico Settembrini e il gesuita ebreo Naphta nella Montagna Incantata di Thomas Mann vengono “vissuti” come esperienza personale.
Lo stesso accade con i casi della vita che trovano rispondenza in letteratura. Sempre a proposito del capolavoro di Mann: “La discesa quasi volontaria di Hans verso la malattia, il suo crogiolarsi con il bicchiere di latte canonico della sera, magari con l’aggiunta di un goccio di cognac, mi riporta al momento della mia convalescenza, pure con il bicchiere di latte alla sera, con dentro un cucchiaino di miele.”
Il racconto di Andreose è anche una sincera, e per certi versi involontaria, dichiarazione d’amore alla vita materiale dei libri. Il ricordo delle letture è anche quello di edizioni e traduzioni. Delle biblioteche come luogo d’accesso a nuovi paesi e nuove culture. “Il primo romanzo che ho letto, comodamente accolto nella sede dell’Usis ben riscaldata, è stato Il postino suona sempre due volte di James Cain, edito da Bompiani nel 1945, trentasei anni prima che ne divenissi il direttore editoriale”.
Luoghi, persone, libri, film. Venezia contiene e raccoglie tutto. È sfondo e filtro per il racconto di un passato personale e soprattutto collettivo. Un ricordo d’infanzia che per chi legge diventa una bellissima cartolina da una città e da un Paese che non esistono più.








