La Serbia volta pagina. Dopo quattordici anni dominati politicamente da Aleksandar Vučić, le elezioni anticipate del 25 ottobre hanno consegnato la vittoria alla lista sostenuta dal movimento studentesco. Il 52,5 per cento dei voti contro il 39,2 della coalizione guidata dal Partito progressista, circa 140 seggi sui 250 dell’Assemblea nazionale: abbastanza per governare da soli. Lo sconfitto lo ha ammesso in diretta televisiva, prima ancora che uscissero i risultati definitivi.
È un risultato storico, nonché il punto di arrivo di una traiettoria cominciata alle 11.52 del 1° novembre 2024, quando una pensilina della stazione ferroviaria di Novi Sad è crollata uccidendo sedici persone. All’inizio gli studenti chiedevano soltanto le carte dell’appalto e l’accertamento delle responsabilità; poi la protesta si è allargata fino a investire l’intero sistema di potere costruito attorno a Vučić. Le occupazioni, i cortei e le assemblee hanno dato forma a un’opposizione arrivata alle urne con una lista propria e un obiettivo dichiarato: decatturare la Serbia e rimettere in funzione i processi democratici.
A raccontare a Zeta le giornate che hanno preceduto il voto e le prove che attendono adesso il movimento è la sociologa Asia Leofreddi, che si trovava a Belgrado durante le elezioni.
La Serbia trattiene il fiato
Nei giorni precedenti al voto, i manifestanti hanno raggiunto la capitale da ogni parte del Paese, accolti da decine di migliaia di persone: «Sono arrivata mercoledì sera, in tempo per l’arrivo degli studenti a Belgrado. È stato un momento molto emozionante». Il giorno dopo, il 22 ottobre, la massa si è concentrata a piazza Slavija, il luogo che ospita da sempre le mobilitazioni più grandi della Serbia e che il movimento aveva scelto come termometro: se la piazza si fosse riempita come accaduto a fine marzo, Vučić avrebbe davvero potuto perdere. «Sono arrivati in massa, non riuscivo a respirare tanto ero stretta tra le persone», ricorda Leofreddi.
Riempire le piazze, però, non bastava. Nei giorni precedenti al voto la preoccupazione del movimento era un’altra: evitare i brogli elettorali e assicurarsi che le schede venissero contate per davvero. Il movimento è arrivato alle urne con una struttura di sorveglianza costruita da zero, che Leofreddi descrive come «un meccanismo di controllo parallelo e addizionale rispetto a quello degli osservatori europei e internazionali». Come spiega la sociologa, «c’erano gruppi di studenti a monitorare i seggi, organizzazioni civiche come Kreni-Promeni (Muoviti-Cambia) a documentare gli episodi con foto e video, un numero verde dedicato per far circolare le segnalazioni in tempo reale e soprattutto un gruppo di legali pronto a trasformare queste osservazioni immediatamente in denunce penali».
Il giorno del voto, davanti ai seggi, le code si sono allungate per ore. Attraversando la città Leofreddi ha trovato centinaia di persone disposte ad aspettare in «religioso silenzio» il proprio turno, mentre il centro era presidiato dalla polizia e l’area attorno alla commissione elettorale restava blindata. La partecipazione ha convissuto con l’allarme. Nel corso della giornata sono arrivate denunce di aggressioni, di scambi e duplicazioni di schede, di blackout improvvisi davanti ad alcuni seggi e alla stessa commissione elettorale. Le irregolarità segnalate, secondo la ricostruzione della sociologa, hanno riguardato circa il 30 per cento degli 8.600 seggi monitorati.
Dopo le elezioni, la sfida di governare
Quando Vučić è comparso in televisione ad ammettere la sconfitta, Belgrado si è riempita di clacson, cori e festeggiamenti. Migliaia di persone con la mano alzata a mostrare il gesto delle tre dita, che richiamano il numero della lista sulla scheda. Quella degli studenti una vittoria che cambia la natura della mobilitazione: il movimento che per mesi ha organizzato occupazioni e cortei dovrà tradurre le proprie richieste in un programma e in decisioni istituzionali. La lista, nata dalle assemblee universitarie che hanno guidato la protesta, ha selezionato i 250 candidati con un processo di democrazia deliberativa: esponenti della società civile, lavoratori comuni esterni all’establishment, guidati dal cardiologo Ilija Srdanović.
«La lista è estremamente eterogenea. In mezzo ci sta un po’ tutto: ci sono liberali, socialisti, conservatori, e nazionalisti». Una composizione nata con il solo scopo di battere Vučić, che ora va fatta funzionare come maggioranza di governo. Il nodo più delicato riguarda i nuovi deputati: «Sono espressione diretta del movimento, quindi rispondono ad esso, però di fatto saranno autonomi nell’arena parlamentare», spiega Leofreddi. Da lì discendono le incognite immediate: la scelta del primo ministro, che le regole affidano all’Assemblea e che il movimento difficilmente lascerà decidere senza di sé, e la successione alla presidenza della Repubblica, lasciata vacante da Vučić per candidarsi premier e da riempire con elezioni da convocare in tempi strettissimi.
La politica estera rimane l’incognita più grande. «Il movimento ha un’attenzione all’integrazione europea, quindi non è una cosa su cui credo che torneranno indietro», osserva la sociologa. Più complicato il rapporto con Mosca: «Hanno dichiarato che non metteranno sanzioni alla Russia, perché comunque c’è il ricordo delle sanzioni degli anni Novanta alla Serbia, e quindi su questo c’è anche più resistenza». Secondo il manifesto della lista studentesca, inoltre, il Kosovo resta parte integrante della Serbia, “un territorio da reintegrare per via diplomatica”. È la posizione che ha tenuto Belgrado per vent’anni, ed è la stessa che Bruxelles chiede di superare tra le condizioni per l’adesione.
«La priorità per gli studenti non era dettare la linea politica, ma rimettere in piedi uno Stato democratico», dice Leofreddi. Gli studenti non hanno un premier, non hanno un portavoce e neanche un programma definito, ma da ora hanno il potere di farlo.







