All’origine dei Red Hot Chili Peppers, nostro fratello Hillel

Il documentario, uscito il 20 marzo 2026 su Netflix, approfondisce la storia del primo chitarrista della band californiana, morto a ventisei anni

Quattro sedicenni diventati amici tra i banchi di una scuola di Los Angeles che, dopo il suono della campanella, si ritrovavano a suonare cover e scrivere canzoni. Nascono così i Red Hot Chili Peppers, ma non si trattava, allora, dei quattro membri attuali della band. Tutto comincia con il batterista Jack Irons, il cantante Alain Johannes, il bassista Todd Strastman e Hillel Slovak alla chitarra.

Il nuovo documentario The Rise of the Red Hot Chili Peppers: Our Brother Hillel, diretto da Ben Feldman e uscito su Netflix il 20 marzo, racconta gli anni di formazione della band, concentrandosi in modo particolare sul lascito e sull’influenza di Slovak, morto a 26 anni per overdose.

Nel 1977, i quattro fondarono gli Anthym (poi What Is This), spinti da un piccolo gruppo di amici che li seguiva ovunque. In quella cerchia c’erano Michael Peter Balzary – che diventerà Flea – e Anthony Kiedis. Australiano il primo, nato nel Michigan il secondo, entrambi erano arrivati in California a causa di vicissitudini delle rispettive famiglie ed erano diventati inseparabili. Trascorrevano le giornate in giro per la città tra autostop, tuffi da altezze impensabili e piccoli furti. Ma soprattutto musica: «Los Angeles negli anni Ottanta era magica. C’erano le scene hair metal, new wave, punk rock, i primi concerti hip hop», racconta Kiedis nel documentario. I due si ritrovavano spesso a casa di Slovak a fumare e ascoltare dischi seminali della scena hardcore, assorbendo le sonorità ruvide dell’underground losangelino mentre la loro amicizia si faceva sempre più stretta.

Hillel Slovak in un concerto del 1985

Slovak, però, non era come gli altri due, più scapestrati ed incoscienti. Aveva una sensibilità diversa, uno sguardo misterioso ma allo stesso tempo magnetico. Nel documentario Kiedis e Flea ribadiscono più volte quanto fosse un figo: dipingeva, disegnava, riempiva tutti i giorni le pagine di un diario, raccontando il rapporto con la madre e il fratello e il suo amore per la musica, che portò anche nelle vite degli altri. Quando il bassista degli Anthym abbandonò il gruppo, spinse Flea a suonare il basso, che accettò subito con grande esuberanza. Anche a Kiedis veniva chiesto sempre più spesso di collaborare attivamente agli spettacoli con il compito di scaldare il pubblico. Una parte, quella del presentatore, che gli calzava a pennello: tra acrobazie e poesie, teneva il palco in maniera spigliata.

Nel frattempo, Kiedis aveva scoperto nel rap una possibile strada espressiva meno vincolata alle doti canore tradizionali. Così nel 1983 fu promosso da presentatore a frontman. Con Flea al basso, Irons alla batteria e Slovak alla chitarra, nascono i Red Hot Chili Peppers. Le performance – abrasive e provocatorie – miglioravano di volta in volta, fino a farli diventare una delle formazioni più giovani e richieste dell’underground di Los Angeles.

Poi arrivarono i contratti discografici, tre album e, insieme, la tossicodipendenza. La band da qualche anno aveva problemi con l’uso di stupefacenti e quasi metà delle cifre incassate se ne andava tra cocaina ed eroina. Se Kiedis diventava ingestibile, Slovak nascondeva il caos che lo attraversava. Dopo il tour europeo del loro terzo album The Uplift Mofo Party Plan, il 27 giugno 1988 venne scoperto il corpo senza vita del chitarrista nel suo appartamento. I poliziotti lo ritrovarono riverso nell’arte a cui stava lavorando con la sigaretta che bucava la tela del dipinto.

La band oggi (Credit: Clara Balzary)

La morte sconvolse i membri del gruppo. «Ci ha spinti a far qualcosa di bello in proporzione al vuoto che volevamo colmare» racconta, commosso, Flea nel documentario. Senza Slovak e Irons – logorato da problemi psichici – il bassista e Kiedis dovettero ripartire e ricostruire tutto. Arriveranno il batterista Chad Smith e John Frusciante alla chitarra, da sempre affascinato dallo stile graffiante e minimale del collega scomparso.

Tra le canzoni che la band dedicherà a Slovak spicca My Lovely Man. In questo brano del 1991 dell’album Blood Sugar Sex Magik, Kiedis canta: «Sì, sto piangendo e nessuno potrà mai riempire il vuoto che hai lasciato, mio uomo / Ci vediamo dopo, mio caro uomo, se riesco». Una preghiera per l’amico perduto il cui lascito continua a risuonare nei dischi e tenere insieme la band.

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