“Contro la guerra, i Re, il governo Meloni”: la piazza No Kings

Sabato 28 marzo, a Roma, la manifestazione per denunciare le politiche di riarmo e la deriva autoritaria della destra mondiale, con mobilitazioni parallele negli Usa e in Uk

Dopo il voto, parola alle piazze: «Dal no nelle urne, al no nelle strade». Il corteo “No Kings” sfila lungo Via Merulana, che segna il confine tra Monti e l’Esquilino, storici rioni di Roma: «Siamo il 53% che ha detto no al governo Meloni». Si muove a ritmo di musica, attraversa il centro storico, blocca la Tangenziale. Niente scontri né momenti di tensione con le forze dell’ordine, nonostante il forte stato di allerta nella capitale, tra blindati, pattuglie – a presidio degli snodi principali del percorso – ed elicotteri.  

Sono partiti alle 14 da Piazza della Repubblica, in linea con l’orario previsto dalla tabella di marcia. Molti cittadini però erano già lì con ore d’anticipo; hanno atteso la partenza ai bordi della piazza, godendosi il bagno di sole. Sullo sfondo bandiere rosse, gazebo e piccoli gruppi di militanti con panini e bibite fresche. 

La manifestazione “No Kings” di sabato 28 marzo è il punto d’arrivo di un’ampia convergenza tra forze sociali, politiche e sindacali, con un nucleo più movimentista e, nell’orbita, organizzazioni dal profilo istituzionale come Cgil, Emergency (l’ong fondata da Gino Strada) e Arci. A Roma ha preso forma una rete contro guerra, riarmo, autoritarismo e repressione, in collegamento con mobilitazioni parallele negli Usa, a Londra e in altre città europee.

Lo slogan “No Kings” nasce negli Stati Uniti, sull’onda delle proteste contro il Presidente Donald Trump. Ma le sigle contano fino a un certo punto, e quella con gli States è una connessione più simbolica che sostanziale: il popolo di sabato è lo stesso – per parole d’ordine, composizione e costumi – delle piazze pro-Pal dello scorso anno.

Il serpentone si muove a fatica, continua a gonfiarsi: per ore, a causa del costante afflusso di persone, la coda resta incastrata tra Piazza della Repubblica e Termini. Al fianco del camion che apre il corteo si alternano i relatori: prendono la parola, tra gli altri, Maya Issa, leader dei Giovani Palestinesi, e Luca Blasi, portavoce del braccio italiano dei “No Kings”.

Al seguito, tanti giovani e studenti che hanno cominciato a vivere la politica nel 2025, attraverso l’esperienza di piazza, nella cornice delle proteste filo palestinesi. Il 4 ottobre 2025 Francesca, 18 anni, ha partecipato alla manifestazione nazionale per Gaza: «mi ha convinto un compagno di classe, è stato bello e importante. Ho capito che, di fronte a un genocidio, non potevo più far finta di niente». Tante, tantissime bandiere palestinesi: l’accusa al governo italiano di complicità con Israele è un ritornello che accompagna tutta la giornata.

Non sono mancate le ambiguità: si sono viste bandiere della Repubblica islamica dell’Iran, ma anche cartelli e striscioni di segno opposto, contro la teocrazia: «no all’islamofascismo». Però quando le attiviste di Donna, Vita e Libertà – movimento iraniano d’opposizione – hanno preso la parola per attaccare il regime sono piovuti gli applausi: «La Repubblica islamica non può trovare legittimità solo perché sfida gli Stati Uniti e Israele».

In capo al corteo c’è Luca Blasi, assessore al Municipio III di Roma in quota Alleanza Verdi e Sinistra Italiana. Con Zeta ha commentato il caso Ilaria Salis: l’europarlamentare di Avs, volata nella capitale per la manifestazione, ha denunciato un «controllo preventivo» della polizia, eseguito sabato mattina, nella sua stanza d’albergo. Salis ha parlato di intimidazione e «Stato di polizia». Secondo Blasi, portavoce dei “No Kings” «È un episodio grave, che racconta bene il clima di questo paese. Si tratta di un fatto inaudito, che non si vedeva da anni in questo paese, segno di una regressione importante, figlia dei decreti sicurezza del governo Meloni».

Sul piano politico per Blasi, che ha avuto un ruolo di rilievo nella mobilitazione di sabato, è stata comunque una prova di forza, che può proiettarlo sulla scena nazionale: «L’alternativa al governo Meloni nasce anche in piazza, non solo nelle urne». Però hanno sfilato solo le bandiere di Avs; il Pd e il M5s si sono limitati a inviare delle delegazioni.

La meta doveva essere Piazza San Giovanni ma a causa dell’alta partecipazione, in accordo con la Questura, la manifestazione ha proseguito verso Porta Maggiore, destinazione Piazzale del Verano. Le autorità avevano previsto 15.000 persone; a margine dell’evento – secondo fonti di polizia – ne hanno contate 25.000. Gli organizzatori, esagerando, hanno parlato di 300.000 adesioni.

La folla si ferma per almeno trenta minuti sulla rampa d’accesso alla Tangenziale, intona cori contro la destra: «Meloni devi andartene, vattene». Poi riparte ed imbocca la galleria; alla biforcazione, a presidio della strada che si snoda in parallelo al tunnel, blindati e finanzieri con caschi e scudi.

Luca e Maria si fermano qui: «torniamo indietro, per oggi è abbastanza». Lei dice che le fanno male i piedi, ha camminato troppo. Lui sorride e prende in giro la moglie: «noi siamo vecchi! Un po’ mi dispiace tornare, ma bisogna lasciare spazio ai giovani». Poi si volta, occhi al corteo: «Ma quanto sono belli questi ragazzi?».

Quando il serpentone mette la testa fuori dal tunnel si sta già facendo buio. Il vento punge, i camion hanno preso un’altra strada, la musica non si sente più. Ma fino a Piazzale del Verano è ancora lunga, bisogna continuare a camminare. Lì la folla si disperde. Una manciata di irriducibili si raduna al centro dello slargo, qualcuno suona il tamburo. Si balla e si canta fino a tardi. 

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