«La sostenibilità nella moda non è solo hype»

Gli imprenditori Matteo Ward e Andrea Rosso raccontano alla Luiss il mercato del fashion nel 2026
Ward e Rosso parlano di moda alla Luiss

Ogni anno vengono prodotti 100 miliardi di capi di abbigliamento e 23 miliardi di scarpe.  Meno dell’1% rientra davvero nell’economia circolare. Il comparto moda è responsabile di circa l’8-10% delle emissioni globali di CO₂, mentre la produzione continua a crescere, spinta soprattutto dai modelli ultra fast fashion delle grandi catene di negozi. Il 68% dei tessuti è composto da fibre sintetiche come poliestere e nylon, spesso dannose per la nostra salute, mentre la durata media dei capi negli ultimi due decenni si è ridotta rendendo sempre più difficile chiudere il ciclo dei materiali.

Di questi dati, hanno discusso alla Scuola di giornalismo Luiss Matteo Ward, ceo e co-fondatore di WRAD e ceo di Inside Out Fashion, società che lavorano nel campo della sostenibilità della moda e Andrea Rosso, sustainability advisor del gruppo OTB Group (Gruppo internazionale della moda fondato da Renzo Rosso, che controlla marchi come Diesel, Maison Margiela, Marni e Jil Sander), insieme a Chiara Beghelli, giornalista di moda de Il Sole 24 Ore.

«Non amo quando si parla di “hype” per la sostenibilità: dimostra che è sempre stata trattata come un trend», spiega Ward. Per Rosso, invece, «va spiegata come si insegna ai bambini all’asilo»: un processo lungo, ma necessario per trasformare comportamenti e modelli di consumo.

Il rischio è quello del greenwashing. «È una forma di comunicazione che illude il cliente di essere responsabile quando non lo si è davvero», dice Ward. Espressioni come “packaging sostenibile” o “collezione green” rischiano di diventare vuote se non accompagnate da dati verificabili e da una visione di filiera. Negli ultimi anni è intervenuta anche l’Unione Europea con l’ESPR, il regolamento sulla progettazione ecocompatibile dei prodotti, che introduce misure per limitare, tra le altre cose, la distruzione di capi invenduti.

«Per questo è fondamentale che il giornalista faccia le domande giuste», sottolinea Rosso. «Non basta riportare dati o percentuali: serve capire cosa significano davvero, saper leggere i report e distinguere tra slogan e cambiamenti reali».

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La trasformazione passa anche dai materiali. Lana, cotone e fibre naturali esistono in minor parte e «non esistono ancora soluzioni che possano sostituire la pelle in tutti gli usi mantenendo le stesse performance», spiega Ward. Tra le innovazioni emergenti ci sono però biomateriali e derivati della cellulosa, oltre al poliuretano, ancora lontani da una ampia diffusione. Per questo, dice Ward, è fondamentale investire in ricerca e startup: «Se riducessimo il consumo di carne, diminuirebbero anche le pelli disponibili e saremmo costretti ad accelerare lo sviluppo di materiali alternativi».

Il modello economico che regge il comparto moda nel 2026 rende difficile conciliare sostenibilità ambientale e produzione. «Oggi l’unico modello dominante è ancora quello di aumentare i margini», osserva Ward. La filiera globale è sempre più spinta a produrre dove i costi sono più bassi a discapito dell’impatto ambientale: in alcuni paesi come il Bangladesh, le fabbriche considerate “responsabili”, sono dotate di impianti per filtrare le acque, ma non li utilizzano perché i costi energetici renderebbero la produzione non competitiva.

Con un esperimento che simula una piccola lavatrice, riempita con pezzi di stoffa, Andrea Rosso mostra come già dopo pochi minuti di lavaggio i tessuti inizino a rilasciare colore. «Se immaginiamo che questa stoffa contenga sostanze tossiche», spiega, «è facile capire come queste possano essere assorbite dalla pelle o disperdersi nell’ambiente».

Mentre una parte limitata della popolazione accede a prodotti di fascia alta, la maggioranza si orienta verso opzioni a basso costo, spesso per necessità più che per scelta. Il settore del fast fashion è sempre più dominante, ma nasconde grandi criticità. «Un jeans che costa 10 o 20 euro può sembrare accessibile», osserva Rosso, «ma il consumatore non vede il costo che ha generato nell’ambiente e nella produzione. Chi compra va educato e questo ruolo spetta al giornalista».

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