Ce Sta Sempe Na Via, il nuovo inizio di Roberto Colella

Un anno dopo la rottura con La Maschera il musicista napoletano torna con un nuovo album da solista

Pareti color ocra ricoperte di chitarre dalle dimensioni diverse, un grande pianoforte pieno di piccoli portafortuna e, fuori dalla finestra, il quartiere di Giugliano e il Vesuvio. È in questo spazio – tra un triccheballacche, un flauto boliviano e decine di vinili – che prende forma La Casa sull’Albero, il nuovo singolo del cantante e musicista napoletano Roberto Colella. Il brano, rilasciato il 3 aprile 2026, anticipa l’uscita il prossimo 7 maggio di Ce Sta Sempe Na Via («C’è sempre una strada»), primo album da solista dopo 12 anni trascorsi da frontman del gruppo folk partenopeo La Maschera. «È la mia idea di nuovo inizio», racconta l’artista a Zeta: «È una rinascita, ma anche un ritorno alle radici». 

Spread your wings and fly away, «spiega le tue ali e vola via» recita il testo, omaggio all’omonimo brano della band britannica Queen. Quando la ascolta per la prima volta a diciassette anni, le mani gli formicolano e il battito accelera. È il desiderio di suonare che si materializza: «Sentivo di essere già in ritardo e cominciai a provare tutti gli strumenti assieme. Volevo recuperare il tempo perso». Diciotto anni dopo, il suo appartamento è disseminato di sei corde, fiati e percussioni che ha imparato a usare da autodidatta: «Non ho avuto la possibilità di studiare la musica in modo tradizionale. Tutt’oggi non sono in grado di leggere un pentagramma ed è una cosa che vorrei cambiare».

La maniacalità nella cura dei testi si accompagna a «esplosioni d’energia» disordinate ed estemporanee. «Ogni canzone ho paura che sia l’ultima», ammette Colella aggrottando la fronte: «Ammiro chi riesce a produrre a comando, ma non sarò mai capace di essere iperproduttivo, di comporre quando non sono ispirato». A ciascun brano sente di aver lavorato tutta la vita: «Dico sempre che per arrivare a La Casa sull’Albero ho impiegato 35 anni perché è l’età che ho adesso, ma la stessa regola si può applicare a ogni pezzo perché quando si scrive si sviscerano le emozioni del momento, ma si rielaborano sensazioni molto più vecchie». 

I vicoli di Giugliano e i volti che li abitano sono stati il suo punto di partenza per la stesura del disco. Il panettiere sotto casa, il fruttivendolo in fondo alla strada, il salumiere dietro l’angolo. Tutti ascoltavano i suoi dubbi e gli offrivano consigli. «Sono le persone più semplici del mondo, ma è un parere di cui mi fido moltissimo, sento un legame profondo con loro», dice sorridendo. A quelle voci si è affidato anche per la scelta del titolo dell’album: «Ogni tanto li andavo a trovare per chiedere suggerimenti. Quando un nome non gli piaceva, capivo che dovevo trovarne un altro». Un contributo che il musicista ha voluto riconoscere pubblicamente, inserendo tra i ringraziamenti una menzione per il quartiere: «Erano troppi per citarli tutti, ma era importante valorizzare il loro contributo».

Quando pensa a che luogo sia «la casa sull’albero», non riesce a dare una risposta precisa: «Si tratta piuttosto di uno stato mentale». Dopo i primi tre versi buttati giù di getto (Dimane è già lunnerì? / Maronna me ne voglio ‘ì / Voglio una casa su un albero, «Domani è già lunedì? Madonna voglio andarmene, voglio una casa su un albero»), ricorda di essersi fermato a riflettere per mezz’ora: «Stavo lì a chiedermi perché avessi scritto proprio quelle parole». Un’incertezza che emerge nel testo: «“Un giorno forse lo capirò” canto subito dopo, perché ancora non mi era chiaro cosa volessi dire». Ora sa che lo spazio che descrive non è fisico: «È il rifugio che cerchiamo quando stiamo male. Nel mio caso potrebbe essere il pianoforte».

Al quarto album in uscita, primo passo di un percorso da solista, Colella sente di aver ancora da apprendere: «Sono convinto che morirò formandomi, ascoltando qualcosa di nuovo che mi infiamma». Ogni tanto ce fotte ‘a paura ‘e caré, «ogni tanto ci frega la paura di cadere», canta al penultimo verso. La stessa paura che gli ricorda di essere vivo e che, racconta col sorriso, sta imparando ad accogliere.

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