Lo squillo di un telefono e la notizia che mai si vorrebbe sentire. Elio, amico fraterno di Manfredi, è morto. Questa scena dà il via al cortometraggio della regista veronese Alessia Bottone, vincitore del bando Nuovo Imaie (Istituto mutualistico artisti interpreti esecutori) e realizzato dalla produttrice cinematografica Stefania Balduini per Pistacchio Film. Liberamente ispirato al racconto La banda muta dello scrittore Gaetano Savatteri, il corto unisce al girato immagini d’archivio dell’Istituto Luce.
Il film è critica sociale. Nelle prime sequenze vengono mostrate immagini raffiguranti folle di persone che si recano alle esequie di personaggi celebri non per render loro omaggio, ma per testimoniare la loro presenza accanto ai famosi defunti; come nel caso dei funerali di Papa Francesco.


La regista Alessia Bottone spiega a Zeta le ragioni della critica: «Questa cosa di farsi il selfie ad un funerale non avviene solo con le persone famose. C’è una certa tendenza, quando muore una persona, a dire “io lo conoscevo”, “era mio amico”; quando, in realtà, il defunto non può parlare, e se potesse parlare direbbe “io a malapena l’ho vista questa persona nella mia vita”. Si approfitta quindi di un momento di silenzio dell’altro per irrompere sulla scena e dire io c’ero». È questo il teatrino a cui Manfredi è costretto ad assistere durante il funerale di Elio.
Ricevuta la notizia della scomparsa dell’amico ottantenne, Manfredi, il protagonista – interpretato da Piero Nicosia – va a dargli l’ultimo saluto. In pochi sono venuti per Elio. Quelli che ci sono sembrano distratti, assenti; chi tira fuori il telefono e chi si limita a lasciare le proprie condoglianze. Un aspirante scrittore si porta addirittura alcune copie del suo nuovo libro per farsi un po’ di pubblicità con un editore presente alla cerimonia funebre. Nessuno che voglia dare un suo ricordo del defunto. Manfredi si rivolge al parroco: «Padre, io non riesco a capire. Nessuno qui parla di lui». «Ma qui nessuno parla dei morti» la risposta del sacerdote. Si crea persino un piccolo siparietto in cui alcuni dei presenti ascoltano lo scrittore che racconta gli ultimi istanti di vita di Elio. Mentre attraversava la strada un guidatore lo aveva investito. «Ma del resto era da un po’ che non ci stava più con la testa» il commento di una sua conoscente. Manfredi si allontana da quella scena e cerca invano di provare il discorso che aveva preparato per dire addio all’amico. Giunto il momento però, invece di leggere, decide che il modo migliorare per onorarlo sia raccontare una storia, quella del paese in Sicilia in cui erano nati Elio e Manfredi.




Era usanza, nella loro città, che la banda accompagnasse il defunto nella sua discesa verso il cimitero. Nel suo procedere alla testa della processione però la banda non suonava. Procedeva silenziosa e a passo lento. Ma allora per quale motivo chiamare la banda? «La banda muta appartiene al controsenso, al pirandellismo di natura: così è, se vi pare. Così era, e quindi non poteva essere altrimenti», racconta il protagonista. In questo si manifesta il fascino della banda muta. Far tacere le trombe e i tamburi conferisce alla morte un suono più grande di quanto quegli strumenti potrebbero mai produrre. Allo stesso modo, per dare l’ultimo saluto ad Elio, non c’è bisogno di rumore. Piuttosto c’è bisogno di silenzio. Solo in questo modo si può restituire valore e dignità al funerale: spogliarlo dell’orgoglio e della vanità di coloro che vi partecipano e lasciare che il passaggio della banda accompagni quello del defunto nella vita dopo questa. «E allora silenzio. Passa la banda muta», conclude Manfredi.
Ma il silenzio è l’unica soluzione? «Io non credo che la risposta sia sempre il silenzio, ma tornare ad una forma di rispetto. Ognuno gestisce il dolore come vuole. Sicuramente, una volta, c’era un momento in più dedicato al silenzio e al rispetto. Questo è il messaggio che cerco di lanciare: trovo che ci sia bisogno di rientrare in alcuni canoni di ruolo e di luogo», risponde la regista.








