Quarantotto anni dopo il ritrovamento del corpo di Aldo Moro, Sergio Mattarella ha reso omaggio allo statista in via Caetani, deponendo una corona sotto la lapide che fissa il punto dove fu trovato dopo 55 giorni di prigionia, nel portabagagli di una Renault 4 rossa. Per Giovanni Ricci quel momento storico rimane vivido grazie ad un altro oggetto: l’orologio Zenith del padre, conservato sul comò vicino al letto. Domenico Ricci, appuntato dei carabinieri e autista di Moro, fu ucciso il 16 marzo 1978 insieme a Oreste Leonardi, Giulio Rivera, Francesco Zizzi e Raffaele Iozzino.
Giovanni aveva dodici anni quando il padre morì. «Ero un ragazzo che ancora non sapeva bene cosa stava succedendo intorno, ma qualcosa avevo capito», racconta a Zeta.

Il quartiere dell’infanzia di Giovanni era Don Bosco, zona popolare attraversata, come tutta Roma, dalle tensioni degli anni Settanta. Ricci ricorda il padre come un uomo riservato, lontano da ogni ostentazione. «Non se ne vantava, non diceva in giro: io sono carabiniere». Eppure era riconosciuto da molti: «Era un punto di riferimento per giovani e meno giovani».
Al servizio di Moro da molti anni, Domenico Ricci era stato scelto anche per «la sua prestanza fisica» e per «la sua grande abilità alla guida». Tra lui e il presidente della Democrazia cristiana, spiega il figlio, si era creato «un rapporto di professionalità e di rispetto reciproco», un legame non solo di servizio. La madre di Giovanni e la moglie di Moro, Eleonora, venivano entrambe dalle Marche. «Erano nate nello stesso paese», racconta, Da quell’origine comune nacque una vicinanza familiare destinata a restare anche dopo la strage.
Nel ricordo di Giovanni, Moro compare anche in un’immagine privata, in giacca e cravatta sulla spiaggia, una delle rare domeniche libere. «Mi chiesi perché, visto che eravamo al mare». Solo dopo avrebbe capito: per Moro, chi rappresentava le istituzioni doveva farlo sempre, anche nel modo di presentarsi.
È questa dimensione umana che Ricci prova a difendere ogni volta che parla nelle scuole. Non la morte, ma la vita. Non il corpo delle vittime, ma le loro storie. «Ogni volta che andiamo nelle scuole non portiamo mai foto con i cadaveri», dice. «Raccontiamo la vita delle persone»: ai familiari resta il compito di «ridare dignità alle persone che hanno perso la vita».
Anche il percorso di giustizia riparativa con ex appartenenti alla lotta armata nasce da questa esigenza. Ricci non lo presenta come perdono semplice né come cancellazione delle responsabilità. Lo descrive come un confronto difficile, fondato sull’ascolto. «Ci siamo riconosciuti come persone», racconta. E aggiunge: «La giustizia penale, in fondo, a me non ha dato nulla». Non perché le condanne non fossero necessarie, ma perché il carcere da solo non risponde alla domanda più profonda di chi ha perso un padre.
In quel percorso, racconta Ricci, c’era anche Agnese Moro, figlia dello statista ucciso dalle Brigate Rosse. In uno degli incontri, avvenuto in una chiesa, erano presenti anche alcuni ex appartenenti alla lotta armata, tra cui Mario Moretti e Adriana Faranda. «Non fu un momento di pacificazione semplice, né una pagina chiusa una volta per tutte. Fu piuttosto il tentativo di dare una forma diversa alla giustizia: non alternativa alla pena, ma capace di aprire uno spazio di parola tra chi aveva subito il male e chi lo aveva compiuto». Giovanni Ricci ha istituito da di versi anni l’Associazione Domenico Ricci per la memoria dei caduti di Via Fani

Accanto alla memoria familiare di Ricci c’è la voce tecnica di Luciano Infelisi, una lunga carriera da magistrato, poi avvocato cassazionista. Il 16 marzo 1978 era il sostituto procuratore che giunse in via Fani dopo il rapimento. «Piombammo prima ancora che si spargesse la notizia», ricorda. Davanti a lui c’era una scena drammatica: forze dell’ordine, giornalisti, politici, testimoni, curiosi. Il primo problema era «mantenere al limite la scena del crimine intatta». Nelle ore successive partirono perquisizioni nelle zone della Balduina e del Trionfale. «Di fatto dissi: cercate dappertutto», racconta Infelisi.
Bisognava trovare Moro e, nello stesso tempo, non disperdere le tracce. «Trovammo un berretto dell’Alitalia». Da lì gli investigatori risalirono al negozio che aveva venduto alcune divise. Per Infelisi, via Fani segnò un salto nella violenza terroristica: un’azione «dal punto di vista logistico perfetta», capace di colpire il cuore dello Stato nel giorno in cui il nuovo governo Andreotti si presentava alle Camere.
Il magistrato ricorda anche gli anni della paura: scorte, minacce, colleghi e investigatori uccisi. «Si è vissuto per anni con l’angoscia di una possibile esecuzione terroristica, anche io e mia moglie rischiammo di essere vittime di un attentato che fu sventato dagli agenti di sicurezza», dice. Racconta un clima in cui anche la vita familiare poteva diventare vulnerabile, tra allarmi, protezioni sotto casa e il timore che la violenza potesse colpire chiunque fosse vicino alle indagini. Ma il passaggio che più dialoga con Giovanni riguarda gli uomini della scorta. Infelisi respinge l’idea che non abbiano reagito. «Non è vero che non hanno tentato di rispondere al fuoco. Hanno provato».
Il Presidente della Repubblica ha continuato la commemorazione in Senato, alla cerimonia per il Giorno della memoria delle vittime del terrorismo, ricorrenza istituita nel 2007. Moro, certo. Ma anche Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Giulio Rivera, Francesco Zizzi e Raffaele Iozzino. Non solo “la scorta”, ma uomini dello Stato, padri, figli, lavoratori. Intanto, lo Zenith sul comò di Giovanni Ricci del padre Domenico ticchetta tra il tempo privato di una famiglia e quello pubblico della Repubblica.






