«Trump è una manna che costringe l’Europa a fare passi avanti indipendentemente dalle capacità delle leadership», afferma Luigi Abete, presidente della Luiss Business School. Così si apre il seminario Il Mondo dopo Trump del 20 ottobre, in cui si è discusso della posizione dell’Europa in un contesto senza precedenti. Per Abete, il presidente americano mette gli europei di fronte alla necessità di prendere consapevolezza di sé e di unirsi per ricercare autonomia nello sviluppo comune. È stato affrontato l’inevitabile argomento delle imminenti elezioni di metà mandato, definite «la prova del nove: è tempo di vedere il risultato del periodo di governo Trump. Come scatterà la scintilla in Europa?».
Il nazionalismo come non si è mai visto
«Siamo tutti con il fiato sospeso», afferma Sergio Fabbrini, professore di relazioni internazionali e autore del libro Tsunami Trump. Sottolinea però che il presidente americano non è «solamente una parentesi»: negli Stati Uniti una forma di nazionalismo c’è sempre stata, ma oggi il paradigma è cambiato e l’approccio è senza precedenti. L’America non è più quella che abbiamo conosciuto, e l’Europa deve prenderne atto. Il ciclone Trump ha cambiato il panorama politico globale, come si vede anche nell’economia statunitense, dove la spesa pubblica è ora coperta dai dazi sulle importazioni e non più dalle tasse interne.
«Dopo il ciclone Trump quello che resta non è quello che c’era prima», Innocenzo Cipolletta, autore di Dopo Trump. Gli accordi internazionali sono stati distrutti, non si torna più indietro e «saranno periodi difficili». Entrambi gli autori sottolineano che non bisogna tornare al vecchio sistema, ma ricostruirlo. Cipolletta osserva che la spinta a favore dell’Europa è intellettualmente tangibile ma, nella pratica, complicata. Otto Stati membri sono vicini alle elezioni politiche, con un probabile cambio di governo e un’alta possibilità di vittoria dei nazionalisti, in crescita grazie alla nuova forma di paradigma introdotta da Trump. Serve allora diffondere idee diverse, e propone la globalizzazione come l’antidoto: è la «tendenza naturale dei popoli a riunirsi». Fabbrini concorda e aggiunge che l’Europa deve decidere come diventare grande: gli Stati Uniti hanno fatto il lavoro sporco e pensato alla sicurezza; ora per gli europei il mercato non basta più. «Ci vogliono dei leader, bisogna mettere le dita nell’ingranaggio della storia e farla girare nella direzione opposta».
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Come difendere la sovranità condivisa in Europa
In che modo si può affrontare il bisogno di un potere comune durante una così forte spinta nazionalista, e quali devono essere le priorità europee per non indebolirsi ulteriormente? Intorno a questo quesito ruotano le principali domande della platea. Cipolletta, indica la soluzione nel multilateralismo. Fabbrini condivide e definisce la sovranità come il potere dell’ultima parola, che deve essere sovranazionale: «Ci sono sfide che nessuno Stato può affrontare da solo». Alcuni ambiti possono restare alle singole nazioni, mentre per guerra, ambiente e crisi finanziarie occorre imparare a ragionare su più livelli. Per l’Italia, aggiunge Fabbrini, la dimensione sovranazionale è inevitabile: svantaggiata, non può competere con governi ed economie di paesi più forti, e il nazionalismo interno va contro il suo interesse. Il seminario si chiude con una riflessione di Fabbrini: Trump è una sfida all’esistenza di un ordine legale internazionale, perché obbliga anche altri grandi paesi a sottoporsi a quel nuovo paradigma multipolare che l’America stessa ha creato. «Il multipolarismo non ci fa comodo, dovremmo quindi essere noi europei a farci carico della difesa del multilateralismo».







