Siamo quello che pensiamo e le nostre opinioni, il nostro sistema valoriale, le credenze, i pensieri, dipendono da una serie di variabili, non riconducibili esclusivamente alla ragione. Questo, nel complesso, il pensiero dell’imprenditore Turi Munthe.
Con il suo nuovo libro: “Perché pensiamo quello che pensiamo” , edito da Corbaccio, offre al grande pubblico uno sguardo inedito sulla nostra percezione della realtà.
Per Munthe, esiste un intreccio tra il concetto di verità, relativismo gnoseologico, e linguaggio usato. Adottando una visione olistica delle discipline, per argomentare le sue tesi, il giornalista ci porta per mano nell’ universo dei pensieri, analizzando, capitolo per capitolo, quella che chiama «l’anatomia delle opinioni».
Munthe, dimostra riportando esperimenti e indagini, che esistono delle influenze o meglio delle «connessioni», parola chiave del libro, tra le credenze, il clima, la geologia, la geografia, la cultura, la neurologia, la genetica, le emozioni e gli imperativi sociali.
Per esempio, riflette sul fatto che gli ambienti fisici in cui siamo, determinano il modo in cui viviamo, influenzando «anche le strutture sociali, culturali, le credenze, e in ultima analisi, le nostre preferenze elettorali».
Con un taglio divulgativo e una scrittura lineare, l’autore le analizza una per una, non in maniera astratta, ma contestualizzando ad esempio le sue riflessioni, in uno dei momenti più tragici per l’umanità: l’esperienza del Covid-19.
Nel libro, c’è anche la spiegazione del perché avvengono scelte politiche divergenti, dimostrando che la sinistra e la destra sono risposte innate ed evolute a contesti diversi, e che, incredibile, «l’orientamento politico è così radicato dentro di noi, che lo esprimiamo attraverso il sudore».
Quello di Munthe, è un vero e proprio vocabolario di psicologia cognitiva, aperto anche ai non addetti ai lavori, in cui si riflette sul ruolo delle emozioni. Queste, giocano un ruolo fondamentale nei processi decisionali, come il meccanismo delle euristiche, i sentimenti.Ci sono poi i biases cognitivi che «non sono momentanei cali di concentrazione. Sono modelli di pensiero profondamente radicati che tutti condividiamo».
Elementi fondamentali da conoscere, per capire come attrezzarsi, per affrontare una conoscenza fortemente stereotipata, la quale si riflette inevitabilmente nell’ industria dei media e nelle scelte politiche.
È «il fardello dei pregiudizi», a cui l’autore dedica un intero paragrafo.
Allora, se esistono tutti questi meccanismi complessi, alla base dei ragionamenti, di che cosa possiamo veramente fidarci? «Oggi», dice Turi Munthe, «l’unico strumento su cui possiamo contare è il dialogo, il dibattito» perché «le divergenze di opinioni e le discussioni che esse suscitano sono il segreto del successo dell’umanità e la garanzia del progresso della specie umana».
Uno strumento, quello di dialogo, già presente nella filosofia socratica, ma che Turi Munthe estende alla collettività: il dibattito e il disaccordo migliorano la democrazia stessa e la discussione è lo strumento più potente dell’umanità, «il vettore di un’intelligenza collettiva che è più della somma delle sue parti».
Da qui l’importanza cruciale «dell’indipendenza accademica, giornalistica e giudiziaria, come strumento fondamentale per tutelare la pratica del pluralismo e il potere curativo, migliorativo, edificante per la società», a cui il giornalista dedica le sue riflessioni, nelle ultime pagine del lavoro pubblicato.







