«Per chi non vive in zone fortunate la situazione è pesantissima. Ci sono periodi di ventidue o ventitré ore in cui manca l’energia e conservare il cibo diventa complesso perché fa molto caldo»: è quanto racconta a Zeta Luca Galli, fotografo di Livigno e dal 2008 all’Avana, ripercorrendo le difficoltà che l’isola di Cuba vive dallo scorso gennaio. «Il grande disagio energetico derivante dall’assenza di petrolio si aggiunge ai problemi alle reti elettriche, che vanno aggiornate. Anche se gli impianti fotovoltaici hanno migliorato la situazione».
Da quasi un decennio, Galli vive a Cuba sei mesi all’anno e lavora nel settore turistico: «Sono arrivato qui perché, conoscendo bene l’isola grazie ai miei viaggi, ho accompagnato un gruppo di colleghi in tour insieme a Roberto Chile, che era uno dei fotoreporter di Fidel Castro».
La mancanza di carburante e petrolio causa un calo di elettricità in diverse zone dell’isola, lasciando di frequente i cittadini al buio: «Molta gente sta installando sistemi fotovoltaici nelle proprie case. Il grosso problema è la conservazione degli alimenti. Le persone congelano bottiglie d’acqua nelle ore in cui c’è corrente, mettendole poi nel frigo per cercare di mantenere la temperatura. Anche preparare da mangiare è diventato complesso: la maggior parte delle cucine sono elettriche. Tanti hanno ricominciato a usare il carbone per cuocere». Questo riguarda soprattutto chi vive nelle zone periferiche della capitale. All’Avana, invece, la corrente non va mai via perché è una zona dotata di impianti elettrici garantiti.
Nonostante le restrizioni, a Galli sembra che il turismo non ne stia risentendo: «Il messaggio che passa è che le difficoltà del paese valgano anche per il turista, mentre in realtà non è così. Il turismo è salvaguardato: buona parte delle case hanno adottato sistemi fotovoltaici con batterie, tutti gli hotel sono a posto, tutti i trasporti sono garantiti. Chi viene in visita non vive i disagi dei residenti».
Cuba si è accorta dell’importanza del turismo una volta fuori dal periodo special, la crisi economica degli anni ’90. Ma dalla pandemia di Covid-19 in poi, la riapertura dei confini è stata graduale. L’isola subisce da sempre le forti pressioni economiche degli Stati Uniti, che si sono accentuate con l’arrivo alla presidenza di Donald Trump. Queste misure hanno colpito, in particolare, il settore del turismo, che è una delle principali fonti di entrate del Paese: «Chi viene qui in vacanza può incontrare maggiori difficoltà nei rapporti con gli Stati Uniti. Ad esempio, in alcuni casi non può più utilizzare procedure semplificate per entrare negli Usa e deve richiedere un visto tradizionale tramite consolato o ambasciata. Molte aziende internazionali che lavorano con il mercato americano hanno scelto di interrompere o limitare le collaborazioni con Cuba per evitare possibili sanzioni».
Le restrizioni hanno coinvolto anche il trasporto aereo. Alcune misure hanno colpito le compagnie che operano sull’isola, rendendo più difficile mantenere le tratte internazionali: «Per questo motivo Cubana de Aviación – la linea aerea di bandiera – ha dovuto cancellare alcuni voli tra Santiago di Cuba e Madrid, perché la compagnia straniera che collaborava al collegamento ha preferito ritirarsi per evitare sanzioni». A causa della mancanza di carburante, i viaggi diretti sono diventati complessi: «Molti voli provenienti dall’Europa devono fare scalo in altri Paesi prima di arrivare sull’isola. Questo significa spostamenti più lunghi e costi più alti, sia per le compagnie sia per i passeggeri».
Per ridurre l’impatto della crisi, Cuba sta puntando sui mercati regionali dell’America Latina, in particolare su Messico, Colombia e Argentina. L’obiettivo è attirare più visitatori sudamericani e limitare le perdite causate dalla diminuzione dei collegamenti e dei turisti provenienti da altri mercati internazionali.
Nonostante la situazione energetica stia peggiorando, i cittadini non si danno per vinti: «Ci sono state alcune proteste isolate dovute ai continui blackout. In certi quartieri piccoli gruppi di circa cinquanta persone sono scesi in strada battendo pentole e mestoli per protestare contro la mancanza di corrente elettrica».
La popolazione si lamenta di come viene gestita la situazione economica e sociale del Paese, ma allo stesso tempo tende a unirsi quando percepisce minacce o pressioni esterne: «I cubani vogliono che la situazione cambi ma non sono disposti tornare a essere una colonia, dipendenti dagli Stati Uniti».
Gli Usa rappresentano uno dei più grandi mercati turistici al mondo ed eliminando le restrizioni che impediscono ai cittadini americani di viaggiare liberamente a Cuba, l’economia del Paese cambierebbe profondamente: «Durante il secondo mandato di Barack Obama, l’amministrazione statunitense aveva allentato le restrizioni verso l’isola, permettendo l’arrivo di una parte del turismo americano, compreso quello delle crociere. Un segnale economico di quell’apertura si vedeva anche nel mercato immobiliare: i prezzi delle case erano saliti, arrivando a essere circa il 600% più alti rispetto a oggi».
Nonostante tutto, Galli non pensa di lasciare l’isola di Cuba. «No, sinceramente no», dice senza esitazioni. L’unico scenario che potrebbe convincerlo sarebbe «se dovessero evacuare il personale delle ambasciate e consigliare agli stranieri di andare via». Oggi il suo progetto è «riuscire a stare qui più di sei mesi all’anno».








