Esclusiva

24 Maggio 2020
Federica Angeli: lo spaccio non conosce quarantena

Un settore mai messo in crisi dal lockdown è il traffico illecito di droga. Federica Angeli, giornalista di Repubblica, ci racconta come la criminalità organizzata ha gestito il malaffare nelle periferie romane durante i mesi di confinamento domestico

Notte di quarantena nel quartiere San Basilio, periferia nord-est di Roma: da un magma di oscurità indistinta, una scintilla rossa schizza in cielo ed esplode in un arcobaleno di luci e di colori, che lacera il buio e rompe il silenzio. Da queste parti i fuochi d’artificio vogliono dire solo due cose: Capodanno, o l’arrivo di un carico di droga, pronto per essere spacciato. E il 31 dicembre è passato da un po’.

«’Ndrangheta e camorra non hanno smesso di rifornirsi né di spacciare». Le parole di Federica Angeli dissipano ogni dubbio riguardo gli effetti del lockdown sui traffici illeciti della Capitale, così come i segnali pirotecnici avevano dissipato l’oscurità di quella notte ormai lontana: «lo spaccio si è mantenuto a livelli costanti e ha avuto i suoi centri nevralgici nelle solite piazze di riferimento: le borgate di Tor Bella Monaca, nella periferia est, appena fuori il Grande Raccordo Anulare; nei quartieri di Casalotti e di Primavalle, dalla parte opposta della città, e infine proprio a San Basilio, che vanta il titolo di più importante area di spaccio d’Europa per giro d’affari. Parliamo di una zona militarizzata dalla criminalità organizzata».

Federica Angeli: lo spaccio non conosce quarantena
Federica Angeli

La domanda è come sia stato possibile per le mafie continuare a rifornirsi e a trafficare la droga nonostante le restrizioni imposte dal governo alla libertà di movimento e nonostante il blocco quasi totale dei trasporti aerei e marittimi dall’estero: «C’è da fare una distinzione tra le grandi organizzazioni criminali, come appunto la ‘ndrangheta, e i clan locali, come gli Spada: le prime attingono risorse da un mercato globale e possono contare su un ingente quantitativo di scorte; le fortune dei secondi poggiano invece su un sistema di rifornimenti molto più territoriale e circoscritto (la cosca dei Casalesi, nell’area campano-laziale), ed è chiaro che in una situazione come quella della quarantena patiscano maggiori sofferenze da un punto di vista economico. Per entrambe, tuttavia, si può dire che la “nottata” sia passata senza significativi contraccolpi, anzi, è probabile che ‘ndrangheta e camorra ci abbiano guadagnato: come? Facendo monopolio nelle proprie piazze e vendendo la merce ai clan minori, e ai consumatori, a prezzi più alti. Per merce si intende soprattutto marijuana e hashish, che provengono dal Marocco e da altre zone vicine all’Europa. Solo il traffico di cocaina ha subìto uno stop dovuto all’impossibilità di importarla dal lontano Sud America, senza voli né navi».

C’è poi la questione dei controlli di polizia, resi più stringenti e capillari dall’emergenza Covid: «L’attenzione era tutta rivolta al rischio di contagi e alla pandemia in corso, e poi, parlo per esperienza personale, la vigilanza non era sempre concentrata nei luoghi giusti. Io vivo a Ostia, una località dove il crimine organizzato da anni concentra i propri affari: bastava fare un giro nei vicoli periferici o nelle aree lontane dai maggiori punti di transito o dalle principali vie del traffico urbano, per accorgersi che lo spaccio continuava alla luce del Sole. So di consegne di droga, proprio qui sul litorale, effettuate tramite la ristorazione e l’attività di asporto del cibo».

A testimonianza di come i commerci illeciti non si siano fermati neanche durante i mesi di quarantena ci sono i dati delle questure nazionali, che parlano di numerosi arresti per i reati di spaccio e di detenzione a scopo di spaccio concentrati principalmente nel centro-sud, dove la diffusione del virus è stata più contenuta rispetto alle regioni settentrionali: solo nell’ultimo mese e mezzo sono state condotte con successo sei operazioni anti-droga che hanno messo in manette circa un centinaio di spacciatori: «Alcune di queste indagini andavano avanti da diverso tempo prima della crisi pandemica (è il caso dell’operazione denominata “White Bridge”, condotta dalla squadra mobile di Terni, che il 7 maggio scorso ha portato all’arresto di una banda di 16 persone specializzata in spaccio ed estorsione, o dell’operazione “Sophia”, datata 5 maggio, che ha posto fine a un traffico di cocaina e hashish nella periferia di Taranto, messo in piedi da un’organizzazione di cinque persone che coinvolgeva nell’attività illecita anche individui minorenni), ma ciò dimostra come lo spaccio abbia tenuto testa al lockdown».

Dato il quadro della situazione, appare sempre più necessario un intervento legislativo volto a combattere in modo più efficace quella che è una delle principali fonti di introiti della criminalità organizzata sul territorio nazionale. Proprio poche settimane prima della chiusura dovuta al coronavirus, il Ministro degli Interni Luciana Lamorgese aveva annunciato di aver predisposto, di concerto con il Ministero della Giustizia, una nuova norma che prevede l’arresto immediato con custodia cautelare in carcere per gli spacciatori recidivi, anche se in possesso di un piccolo quantitativo di droga. Come dichiarato dallo stesso Ministro: «È stato rilevato il fatto che arrestare, senza custodia in carcere, e il giorno dopo vedere nello stesso angolo di strada lo spacciatore preso il giorno prima, incide anche sulla demotivazione del personale di polizia che tanto si impegna su questo versante e che vede la propria attività essere posta nel nulla».
L’avvento del virus ha sospeso l’iter di discussione e di approvazione della legge in Parlamento, probabile che la questione venga ripresa ora che l’emergenza sembra assestarsi su un terreno più gestibile. Ci vorrà tutto l’impegno possibile per riuscire dove persino la pandemia ha fallito.