Esclusiva

2 Giugno 2020
Le donne che hanno scritto la Carta

Il 2 giugno 1946 venne concesso per la prima volta alle donne italiane il diritto di votare ed essere votate. Chi erano le 21 donne elette all’Assemblea Costituente e cosa hanno provato entrando per la prima volta nell’emiciclo

«Lunghissima attesa davanti ai seggi elettorali. Sembra di essere tornati alle code per l’acqua e per i generi razionati. Abbiamo tutte nel petto un vuoto da giorni d’esame, ripassiamo mentalmente la lezione: quel simbolo, quel segno, una crocetta accanto al nome. Stringiamo le schede come biglietti d’amore. Si vedono molti sgabelli pieghevoli infilati al braccio di donne  timorose di stancarsi e molte tasche gonfie per il pacchetto della colazione. Le conversazioni che nascono tra donne e uomini hanno un tono diverso, alla pari». Così Anna Garofalo, giornalista e scrittrice, racconta nel suo libro, L’italiana in Italia, l’atmosfera che si respirava in quel 2 giugno 1946, la prima volta in cui in Italia le donne poterono votare ed essere votate.

Rigorosamente senza rossetto, per evitare di lasciare tracce e invalidare così  la scheda elettorale, le donne furono chiamate a partecipare alla vita dello Stato in sostanziale ritardo rispetto a molti altri Paesi europei e agli Stati Uniti. Solo per citarne alcuni, Gran Bretagna e Austria concessero il diritto di voto alle donne nel 1918, Germania e Olanda nel 1919, gli Stati Uniti nel 1920, Svezia e Portogallo nel 1921. La Francia, invece, concederà anch’essa il diritto di voto alle donne nel 1946.

Il 2 giugno, insieme al voto per il referendum istituzionale, si votò per eleggere i deputati dell’Assemblea Costituente con il compito di redigere la nuova Costituzione italiana. Tra di essi vennero elette anche 21 donne (molte delle quali avevano fatto la Resistenza), provenienti da tutta l’Italia, ognuna con un proprio vissuto e un pensiero politico.

«Sono molto tesa quando entro per la prima volta nell’aula della Camera. Sento gli sguardi degli uomini su di me. Cerco di osservare gli altri per liberarmi dal senso di disagio. Lentamente entrano i deputati eletti nelle liste di quindici partiti: li guardo attraverso l’emiciclo, prendere posto secondo una geografia politica molto rigida. (…) Ci sono due porte d’ingresso in aula: una a sinistra, una a destra. I compagni mi hanno avvertito di non sbagliare per non trovarmi mescolata a “reazionari politici” e tradire l’ideale. Io avevo già sbagliato: ho attraversato l’emiciclo e mi sono seduta nel terzo settore a sinistra, terzo banco». Così Bianca Bianchi, deputata socialista all’Assemblea Costituente, racconta del suo primo ingresso in Aula. La stessa Bianchi racconterà varie volte delle sue esperienze in Assemblea: dalla difficoltà nel prendere la parola, poiché monopolizzata sempre dai colleghi uomini, a quella di farsi riconoscere dalla cronaca per i suoi meriti e per il suo lavoro, anziché per il modo di vestire o per i capelli biondi che le valsero il soprannome di “La Biondissima”. 

Di queste 21 le donne del Partito Comunista erano nove. C’era la casalinga Adele Bei, dalle Marche, che in Assemblea sostenne la parità tra uomo e donna. Nata a Tunisi, Nadia Gallico Spano, era una giornalista, e in assemblea intervenne per aiutare gli orfani del meridione. La futura presidentessa della camera Nilde Iotti, allora insegnante di Reggio Emilia, si batté per il riconoscimento dei diritti dei figli nati fuori dal matrimonio e delle famiglie di fatto. Teresa Mattei, la più giovane, ricoprì il ruolo di Segretaria dell’Ufficio di Presidenza. L’artigiana, Rita Montagna, da Torino, ed Elettra Pollastrini da Rieti, durante i lavori, presentarono insieme diverse interrogazioni. La sindacalista torinese Teresa Noce si batté per la parità di genera. La chimica lombarda Maria Maddalena Rossi si impegnò nell’approvare il trattato di pace fra L’Italia e le potenze alleate. La torinese Angiola Minella Molinari presentò diverse interrogazioni.

Dalla Democrazia Cristiana provenivano nove donne. Laura Bianchini dalla provincia di Brescia, in assemblea sostenne interventi in merito all’educazione e in favore della scuola pubblica. Elisabetta Conci, da Trento, ebbe il compito di coordinare gli statuti speciale regionali, così come Vittoria Titomanlio originaria di Barletta. La trentina Maria De Unterrichter Jervolino affiancò De Gasperi nella Commissione per i trattati internazionali e per l’elaborazione di un accordo con l’Austria sull’Alto Adige. Filomena Delli Castelli intervenne in particolare sui temi legati alla famiglia. Maria Federici Agamben, dall’Aquila lavorò sui diritti e doveri economici sociali. Angela Gotelli, dalla provincia di Parma, intervenne sul potere giudiziario e sul diritto delle donne di accedere agli alti gradi della magistratura. La romana Angela Guidi Cingolani lavorò a tutela dei diritti delle lavoratrici madri. La crocerossina Maria Nicotra Verzotto prese parte alla commissione parlamentare d’inchiesta sulla miseria in Italia e di vigilanza sulle condizioni dei detenuti.

Due erano le donne che venivano dalle fila del Partito Socialista. Bianca Bianchi da Vicchio, dalla provincia di Firenze, si batté per il riconoscimento dei figli naturali. Angelina Merlin dalla provincia di Padova, sostenne che fosse dovere dello Stato garantire a tutti i cittadini il minimo necessario all’assistenza.

Unica donna del Fronte dell’Uomo Qualunque, la sindacalista Ottavia Penna Buscemi, che in Assemblea presentò diverse interrogazioni, e fu proposta come primo Presidente della Repubblica, carica che poi andò a Enrico de Nicola.

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