Esclusiva

3 Gennaio 2021.
 
Ultimo aggiornamento: 8 Gennaio 2021
Un secolo di Nanà. Leonardo Sciascia nel ricordo di una figlia

Zeta racconta lo scrittore siciliano, a cent’anni dalla nascita, con le parole di sua figlia Anna Maria

Figlio. Della Sicilia e del suo tempo. Leonardo Sciascia nacque un secolo fa a Racalmuto, in provincia di Agrigento. “Nanà” per tanti, scrittore pungente e versatile, offrì nelle sue opere una lettura mai banale della realtà. «Dietro la sua figura ufficiale – racconta Anna Maria, sua secondogenita – si nascondeva però un uomo semplice. Un principe azzurro adorato da tutte le donne della sua vita, capace di regalare piccole e grandi attenzioni a chi stava al suo fianco». 


«Il nome di uno scrittore, il titolo di un libro, possono a volte, e per alcuni, suonare come quello di una patria»


Un secolo di Nanà. Leonardo Sciascia nel ricordo di una figlia
31 luglio 1974 Leonardo Sciascia con Anna Maria nel giorno del suo matrimonio

Intellettuale di primo piano nel Novecento italiano ed europeo, lo scrittore formò la propria coscienza sui testi degli illuministi – da Voltaire a Montesquieu, passando per Beccaria e Pietro Verri – cercando fin dalle prime opere di scandagliare le contraddizioni umane con particolare riferimento alla sua terra, come si legge nel saggio – sintesi autobiografica dell’esperienza vissuta da maestro elementare – “Le parrocchie di Regalpetra” (1956). «Era narratore sempre, a casa raccontava qualsiasi cosa con passione. Aver avuto dalla vita il dono di un padre così è stato un privilegio». 

Il successo arrivò negli anni Sessanta. La forma? Il romanzo. Una fusione efficace ed essenziale di arte, politica, storia e letteratura. Da “Il giorno della civetta” (1961) a “Ciascuno il suo” (1966), senza dimenticare “Il consiglio d’Egitto” (1963), Sciascia disegnò una fase tutta nuova del giallo italiano, animata da un senso di giustizia disfattista e a tratti impotente, coniugato a un realismo conoscitivo – con punte umoristiche –  di matrice pirandelliana. 

Un secolo di Nanà. Leonardo Sciascia nel ricordo di una figlia
Foto ANSA

«La famiglia è lo Stato del siciliano». [da “Il giorno della civetta”]


Negli anni, la notorietà non scalfì le sue antiche convinzioni. «Disse sempre di voler vivere come un impiegato del catasto e per abitudine non parlò mai dei libri scritti, se non per rispondere a chi chiedesse delucidazioni. Di conseguenza, affrontai la vita come la figlia di una persona modesta, consapevole di essere una principessa del suo magico mondo». Per comprenderne l’impostazione, basta un aneddoto: «Stefano Vilardo, compagno di scuola e suo migliore amico, raccontò che un giorno per strada un ragazzo chiese a papà se fosse il noto scrittore. Rispose che in tanti avevano notato quella somiglianza…».

Anna Maria ricorda che dietro quell’uomo di spessore, si nascondevano bontà e l’amore per le piccole cose. «L’eccessiva prodigalità era un difetto e, al tempo stesso, uno dei suoi grandissimi pregi. Leggeva molto, andava in giro per librerie, antiquari, gallerie d’arte. E poi c’erano gli amici, con cui faceva gite pomeridiane in cerca di specialità culinarie. A Pioppo gli involtini, a Cinisi il profiterole, ad Altofonte la cassata al forno, a Lercara i babà…».

Dopo il trasferimento a Palermo e la pensione, all’inizio degli anni Settanta i tempi divennero maturi per nuove riflessioni sull’Italia contemporanea e il ritorno al genere poliziesco, con “Il contesto” (1971). Iniziò in quegli anni l’impegno politico attivo, che portò Sciascia a candidarsi con il Partito Radicale nelle elezioni del 1979 (dopo una prima esperienza da consigliere comunale a Palermo, tra le file del PCI). Eletto deputato, restò a Montecitorio fino al 1983 e si occupò dei lavori della Commissione parlamentare d’inchiesta sull’assassinio di Aldo Moro e sul terrorismo brigatista (un anno prima aveva pubblicato “L’Affaire Moro”). Membro della bicamerale antimafia, sviluppò una critica aspra al potere costituito. In questo senso, destò scalpore la pubblicazione – sul Corriere della Sera – dell’articolo “I professionisti dell’antimafia”, nel gennaio del 1987, con riferimento al magistrato Paolo Borsellino e al sistema delle promozioni in magistratura: «Tra loro – spiega Anna Maria – non ci fu  però mai alcun contrasto. Con le sue parole papà non criticò Borsellino, ma il modo di procedere del Consiglio Superiore della Magistratura. Dopo quell’articolo si incontrarono e passarono ore piacevoli a discutere».

Un secolo di Nanà. Leonardo Sciascia nel ricordo di una figlia
Foto ANSA

«Credo nel mistero delle parole, e che le parole possano diventare vita,  destino; così come diventano bellezza». [da “Gli zii di Sicilia”]


Anticonformista scettico e libero da condizionamenti di qualsiasi tipo, la lettura delle sue pagine appare oggi profetica nell’anticipazione di scenari moderni. È quanto traspare, per esempio, dal saggio “Morte dell’Inquisitore”, pubblicato per la prima volta nel 1964. Un lavoro in divenire, che esemplifica il suo atteggiamento nei confronti della realtà e della scrittura: «Parlava sempre con noi di famiglia di ciò che scriveva, abbiamo seguito da vicino tutti i suoi libri. Disse spesso di aver dedicato più tempo delle altre a quest’opera, mai considerata davvero finita. Sperò sempre di trovare qualche nuovo documento, un’ulteriore illuminazione». E con la verità, la sua penna – mossa da un desiderio incessante di indagine – consegnò alla storia il grande amore per la Sicilia. Casa sua.