Esclusiva

1 Marzo 2021
Riempire il vuoto. I silenzi di Draghi alla prova del tempo

«Comunicheremo qualcosa quando avremo fatto qualcosa». Lo stile del premier, autorevole e minimale, ha regalato tanti silenzi istituzionali. Ma il vuoto comunicativo nasconde insidie. I consigli di chi a Palazzo Chigi c’è stato

L’attesa per le conferenze stampa e le indiscrezioni ai giornali, i messaggini ai cronisti e le dirette su Facebook. Tutto cancellato da un giorno all’altro, in una rivoluzione annunciata da tempo ma che ha colto di sorpresa la politica e i media. Il passaggio da Giuseppe Conte a Mario Draghi ha colpito e disorientato anche il mondo dell’informazione: in pochi giorni si è passati dalla presenza ad ogni costo a un’assenza che parla da sé, un vuoto comunicativo durato giorni che presto dovrà essere riempito.

Durante il primo e il secondo governo Conte la comunicazione di Palazzo Chigi è stata gestita da Rocco Casalino, l’ingegnere pugliese cresciuto in Germania – concorrente della prima edizione del Grande Fratello – che imperversa in tv per presentare il suo libro, Il portavoce, in cui racconta il dietro le quinte degli ultimi anni. Un periodo caratterizzato da un news management molto aggressivo, con una serie di gruppi WhatsApp per gestire i rapporti con la stampa e un sistema di veti e ripicche a regolare il traffico nei talk show della sera. Una comunicazione spregiudicata e tutta incentrata sul presidente del Consiglio.

«Dell’èra Conte, segnata dalla pandemia, ricorderemo la costruzione di eventi personalizzati in perenne ritardo e la tendenza a contrarre l’agenda e restringere il contraddittorio» spiega Andrea Montanari, già direttore del Tg1 ma soprattutto «quirinalista» e «chigista», come si chiamano i cronisti che seguono il governo. «Si è cercato di bypassare i giornalisti togliendo loro spazio tramite una comunicazione unidirezionale. Oggi assistiamo a modalità diverse: Draghi comunica senza parlare e per il momento la cosa gli riesce».

Riempire il vuoto. I silenzi di Draghi alla prova del tempo
Il passaggio di consegne tra Conte e Draghi, a Palazzo Chigi (13 febbraio)

Lo stile dell’ex presidente della Bce, autorevole e minimale, ha regalato finora tanti silenzi istituzionali. Il basso profilo è piaciuto ai media – non si contano gli apprezzamenti per l’assenza di Draghi dai social – ma al tempo stesso ha disorientato. Si spiegano anche così gli articoletti di colore sul barbiere e l’edicolante del premier, o le interviste esclusive al suo barista di fiducia: se Palazzo Chigi non fornisce notizie, si crea uno spazio vuoto che vuoto non può restare. La compiacenza per Draghi di buona parte della stampa rischia di trasformarsi in insofferenza se la strategia del silenzio durerà troppo a lungo.

Segnali precisi di un cambio di passo, dopo l’incertezza della prima settimana, si sono però visti negli ultimi giorni. A partire dalla composizione della squadra, a cui si sono aggiunti tutti i tasselli: donne e uomini che sceglieranno la strategia comunicativa del nuovo governo. Portavoce del presidente del Consiglio è la fidata Paola Ansuini, una vita in Banca d’Italia e un’amicizia di vecchia data con il premier. Capo di gabinetto Antonio Funiciello, intellettuale di aria dem a capo dello staff di Paolo Gentiloni, quattro anni fa: a lui il compito di regolare l’accesso alla stanza di Draghi. Altro nome di peso è quello di Ferdinando Giugliano, già al Financial Times e a Bloomberg, che curerà i rapporti con i media stranieri.

Riempire il vuoto. I silenzi di Draghi alla prova del tempo
Draghi in videocollegamento con i leader del G7 (19 febbraio)

Alcuni membri dello staff di Draghi, sentiti da Zeta, hanno preferito non rilasciare dichiarazioni. Per tutti valgono le parole del presidente del Consiglio: «Non abbiamo ancora fatto niente. Comunicheremo qualcosa quando avremo fatto qualcosa». Una linea che presto potrebbe essere smentita. «La macchina comunicativa di Palazzo Chigi è incredibile ma non ha la potenza dell’Eliseo o di Downing Street» ricorda Filippo Sensi, portavoce di Renzi e poi di Gentiloni tra il 2014 e il 2018. Il deputato del Pd, nomfup su Twitter, non esprime giudizi netti su suoi successori. Inganna le domande con aneddoti e sorrisi, ma come la pensa lo si capisce comunque.

«Il portavoce deve tenere unite la dimensione politica e quella istituzionale senza che l’una prevalga sull’altra. Dovrebbe essere un porta-silenzi più che un porta-parole. Poi certo, conta molto il carattere del portavoce e della figura pubblica che rappresenta». Il pensiero corre a Rocco Casalino ma anche a Renzi e Gentiloni, temperamenti diversi e compatibilità politica. «In ogni caso, la voce del politico deve parlare secondo il suo timbro, lo stile comunicativo della persona deve aderire alla sua immagine».

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Il premier accoglie la salma dell’ambasciatore Luca Attanasio, a Ciampino (23 febbraio)

Vale anche per il presidente del Consiglio, che dovrà evitare l’errore di un altro tecnico: quel Mario Monti che finì la sua carriera politica – in un’improbabile operazione simpatia – con un boccale di birra e un cagnolino in braccio, ospite di una trasmissione tv. «Finché il governo è in luna di miele tutto è perdonato, ma subito dopo ogni passo falso è un potenziale disastro» avvisa Sensi. Sono i rischi di un eccesso di personalizzazione, che probabilmente Draghi non corre: difficilmente lo vedremo in tv ogni sera, e profili social personali potrebbe anche non aprirne. Ma per lui rimane il rischio opposto.

«Il premier non scenderà nell’arena dei talk, ma un vuoto comunicativo nasconde insidie. Draghi deve comunicare o i leader di partito colmeranno quel silenzio» ha scritto su La Stampa il sociologo Massimiliano Panarari, evidenziando la momentanea efficacia della non-comunicazione di Draghi ma anche i rischi legati alla «polifonia» di voci nella maggioranza. «Lo stile del premier assomiglia a quello di Gentiloni, toni bassi e rassicuranti al posto di una comunicazione esplosiva. In genere i politici dell’età di Paolo tendono a ringiovanirsi, si mostrano più dinamici di quanto non siano. Lui ha fatto il contrario, ha lavorato per sottrazione anziché spingere sull’acceleratore» ricorda ancora Sensi, che guarda al passato per parlare del presente.

Se per il momento Draghi non comunica – si è espresso solo in sedi istituzionali, al Quirinale e alla Camera – va notato che la macchina di Palazzo Chigi ha iniziato a prendere il suo passo. Con modalità non troppo diverse da quelle di ieri e dell’altro ieri. «Martedì il presidente ha accolto il feretro dell’ambasciatore Attanasio: a Ciampino non c’erano telecamere ma Palazzo Chigi ha pubblicato una sua foto. Poi i telegiornali hanno diffuso un video che mostra il premier durante il Consiglio europeo e le agenzie hanno ricevuto dei virgolettati del suo intervento» dice l’ex spin doctor di Renzi, come è stato impropriamente definito.

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Il presidente del Consiglio in collegamento con i membri del Consiglio europeo (25 febbraio)

Feed the beast, nutri la bestia. La regola è sempre la stessa e vale pure per Draghi: trovata la chiave più adatta, anche questo governo dovrà dettare l’agenda. O almeno provare a farlo. Magari con una comunicazione intensa e «stretta», puntando su pochi eventi di forte impatto; privilegiando giornali e radio rispetto agli schermi tv; sfruttando i social istituzionali anziché quelli personali. Non è in dubbio l’opportunità di comunicare, va soltanto capito che modalità adottare. «L’arrivo dei fondi del Next Generation Eu e il nuovo aggravarsi della pandemia sono due storie che dovranno essere raccontate. Qualcosa già si è fatto rinunciando alle conferenze stampa notturne e abolendo la pluralità di voci del Comitato tecnico scientifico» conclude Sensi.

Lo stile adottato da Draghi – con una comunicazione a bassa intensità e ad alta resa, rarefatta ma autorevole – può funzionare per qualche tempo ma essere un problema se protratto a lungo. Ma quand’è che il breve periodo diventa lungo? Il ruolo della variabile tempo è centrale anche per Andrea Montanari, oggi alla guida dell’Ufficio Studi Rai: «Un conto è se Draghi punta al Quirinale nel 2022, un altro se mira ad arrivare a fine legislatura un anno dopo. Se il governo non si pone limiti di durata, il premier dovrà badare al consenso e abbandonare il suo stile iniziale». Riempire i vuoti e imporre la sua agenda, prima che a farlo ci pensino i partiti.