Esclusiva

26 Marzo 2021.
 
Ultimo aggiornamento: 29 Marzo 2021
Arancia meccanica, i cinquant’anni della “Cura Ludovico”

Cinquant’anni di ultraviolenza e Latte+, un film ancora attuale dopo mezzo secolo in virtù dei temi che propone, in particolare quello del libero arbitrio. Ne abbiamo parlato con Antonio Monda, direttore della Festa del Cinema di Roma

Uno sguardo di ghiaccio sotto una bombetta nera; le ciglia finte che circondano la rima inferiore dell’occhio destro di Alex DeLarge (Malcolm McDowell) che sorseggia un bicchiere di Latte+ senza distogliere lo sguardo dalla cinepresa. Il tutto accompagnato dalle splendide note della Musica per il funerale della regina Maria di Henry Purcell. Aggiungete un locale psichedelico, il Korova milkbar, dove i drughi (dal russo “drug”, amico) vanno a rifornirsi di latte e mescalina per predisporsi all’esercizio dell’amata ultraviolenza, ed eccovi servito il capolavoro di Stanley Kubrick “Arancia Meccanica”, uscito nelle sale statunitensi il 19 dicembre 1971 e arrivato quest’anno al mezzo secolo di debita venerazione cinefila.

Kubrick unisce all’esuberanza lessicale dell’omonimo romanzo del 1962 di Anthony Burgess – che ha inventato di sana pianta la lingua parlata da Alex e dai drughi (il Nadsat, un mix di termini russi e cockney) – l’immaginario psichedelico degli anni ’70, pur ambientando il film in un periodo non meglio specificato. L’opera di Kubrick vede la vicenda raccontata da un narratore onnisciente rappresentato dalla voce fuori campo di Alex, leader di un gruppo di giovani senza regole o freni inibitori la cui vita è dedita a due attività principali: l’esercizio dell’amata ultraviolenza e del dolce “su e giù” (il sesso). Nel caso di Alex se ne aggiunge anche una terza, ovvero la venerazione per la musica del Ludovico Van, che ascolta a tutto volume nella casa che condivide con Mà e Pà, genitori ignari, a cui racconta che la notte “va a fare dei lavoretti” quando invece, sotto l’effetto del Latte+, picchia, stupra e deruba le case dei borghesi in compagnia degli amici Pete, Georgie e Dim.

«La scena forse più famosa, quella in cui i drughi stuprano una donna cantando Singin’ in the rain è un’eco di qualcosa tragicamente accaduto alla prima moglie di Anthony Burgess», spiega a Zeta Antonio Monda, professore di Cinema alla New York University e direttore della Festa del Cinema di Roma. Una meta-citazione, inoltre, che sottolinea la totale mancanza di sentimenti o empatia dei drughi nei confronti delle vittime dei propri crimini efferati.

Elemento che, secondo Monda, nel libro è ancora più marcato: «Nel film Malcolm McDowell ha 27 anni e si intuisce che è maggiorenne; nel libro Alex è un quindicenne e in una delle scene iniziali in cui tenta di stuprare una ragazza, la ragazza ha soltanto dieci anni».  

A causa dei suoi atteggiamenti autoritari Alex diverrà sempre più inviso ai compagni, che lo abbandonano sulla scena del crimine, dopo l’uccisione di una donna.

Condannato a 14 anni di carcere per omicidio, e dopo averne scontati due, Alex troverà il modo di uscire di prigione in due sole settimane sottoponendosi ad un trattamento sperimentale, basato sull’impiego del condizionamento ai fini del controllo del comportamento. Questo perché il governo che, secondo Monda, «nel libro si intuisce essere laburista, mentre nel film è chiaramente di destra», deve svuotare le carceri dai criminali comuni per far posto a quelli politici. Per far ciò ha avviato l’esperimento sul condizionamento comportamentale che dovrebbe sopprimere la violenza e l’aggressività nei criminali, riprogrammandoli di fatto per diventare buoni.

Con gli iconici ferma-palpebre (o, più correttamente, “blefarostati”) che sono quasi costati le cornee a Malcolm McDowell, Alex viene sottoposto alla “Cura Ludovico” che consiste nel guardare scene di violenza e stupro mentre si assumono droghe che inducono malessere, così da associare infine i comportamenti deviati a delle sensazioni sgradevoli. Tuttavia, tra le musiche usate per accompagnare le immagini scioccanti sottoposte “al nostro affezionatissimo” c’è anche la Nona sinfonia del veneratissimo Ludovico Van, che da allora Alex non potrà più ascoltare senza provare un certo malessere.

A differenza del libro che vedeva alla fine Alex decidere di imboccare la via della vita borghese, Kubrick decide di far abortire il piano di “riprogrammazione al bene” del protagonista che, dopo aver tentato il suicidio a causa degli effetti del programma, ritorna quello di prima ma con l’aggiunta del beneplacito del governo.

«È un film sul libero arbitrio», spiega Monda, «con una provocazione straordinaria e terribile: un uomo che viene privato della facoltà di fare del male non è più un uomo. Quando uscì la critica si spaccò: alcuni lo definirono “noiosamente religioso”, altri, come il regista Luis Buñuel, lo esaltarono per lo stesso motivo».

Infatti quando la conversione “meccanica” al bene – qui rappresentata dalla “Cura Ludovico” – non è accompagnata dallo sviluppo di un qualche tipo di coscienza morale, essa appare del tutto inutile. Come sottolineato anche nel film dal cappellano della prigione, l’unico ad opporsi al trattamento di Alex.

Tuttavia, la grandezza di questo film sta anche nel modo di rappresentare ed esporre questi grandi temi. La violenza, per esempio, c’è, ma è resa in maniera plastica, lontana dall’iper-realismo cui siamo abituati oggi. Cult sono diventati anche elementi che se non fosse stato per l’abilità del regista sarebbero potuti passare per dettagli: dalle uniformi dei drughi – create dalla costumista Milena Canonero – iconiche e bianche quanto il candido Latte+, alla colonna sonora di Walter Carlos per la quale all’inizio Kubrick aveva richiesto Ennio Morricone, impegnato tuttavia con Sergio Leone per le musiche di Giù la testa.

Il tema del libero arbitrio ma anche quello del rapporto tra natura e cultura sono temi universali che hanno reso immediatamente il film di Kubrick un cult senza tempo.

Il tema della scelta, della natura dell’uomo e dell’origine del male e se questo possa essere frenato con l’educazione, la scuola, la famiglia o con l’intervento dello Stato, come in questo caso, sono domande esistenziali che l’uomo si porta dietro da sempre e che sempre si porrà.

La capacità di scegliere, infine, è esattamente ciò che ci rende uomini. Un’opinione rimarcata dallo stesso Kubrick quando disse, riferendosi al film, che: «È necessario che l’uomo possa scegliere tra bene e male e che ci sia il caso in cui egli scelga il male. Privarlo di questa possibilità di scelta, significa renderlo qualcosa di inferiore all’umano – un’arancia meccanica appunto».