Esclusiva

1 Maggio 2021
Donne e giovani, la spinta del Recovery convince a metà

Nel 2020 l’Italia ha perso quasi un milione di posti di lavoro, il Recovery Fund ne porterà 716 mila di nuovi. Le promesse del Piano alla prova dei numeri

«I più colpiti sono stati donne e giovani», ha scritto il premier Mario Draghi nella premessa al Piano nazionale di ripresa e resilienza. Un anno di chiusure ha segnato il mondo del lavoro a danno delle categorie più fragili: lavoratori con contratti a tempo determinato, stagionali, discontinui. Nell’anno della pandemia l’Italia ha perso un milione di posti, una fotografia che si ottiene sottraendo il numero di occupati di febbraio 2021 a quello di dicembre 2019. Ma ora il Pnrr, attraverso i fondi europei e le riforme contenute nel Piano, punta a creare 716 mila nuovi posti di lavoro per contribuire a colmare il buco creato dal Covid-19.

Nel Piano inviato alla Commissione europea, il governo italiano prevede un graduale aumento dell’occupazione da qui al 2026, con una crescita del 3,2% rispetto allo «scenario base». Applicando questa percentuale al numero di occupati del 2020, otteniamo un incremento di 716 mila posti di lavoro, una cifra che si avvicina alla stima di Repubblica (750 mila nuovi occupati). «Mi sembra evidente che il Pnrr, dal punto di vista dell’impatto sull’occupazione, non faccia promesse mirabolanti», spiega Francesco Nespoli, ricercatore dell’Università di Modena e Reggio Emilia e data analyst di Catchy Big Data.

Non solo i 716 mila posti di lavoro in più non basterebbero per tornare ai livelli pre-Covid, ma si avrebbero in un periodo più lungo rispetto a quello in cui si è verificato il crollo dell’occupazione (un anno circa). «In passato abbiamo assistito a previsioni ben più altisonanti e a misure volte a generare dei picchi di assunzioni nel brevissimo periodo», aggiunge Nespoli.

Va detto però che il Pnrr non è l’unico strumento di stimolo prevista dal governo. Da considerare ci sono anche le misure previste del Documento di economia e finanza: interventi che si sommano a quelli finanziati da Bruxelles. Ragion per cui le stime del Recovery riguardano solo gli effetti creati grazia al solo intervento degli investimenti le riforme del Next Generation Eu. Da sole, esse non raggiungerebbero uno degli obiettivi dichiarati: colmare il gap occupazionale creato dalla pandemia, specie per giovani e donne.

Gli investimenti annunciati nel Recovery Plan porteranno miglioramenti in termini di occupazione femminile e giovanile: «L’empowerment femminile, il contrasto alle discriminazioni di genere e l’aumento delle prospettive occupazionali dei giovani sono obiettivi orizzontali a tutte le componenti del Pnrr», si legge nel testo del documento. «Il programma di riforme previsto potrà ulteriormente accrescere questi impatti», ha aggiunto il premier Draghi nella premessa al Piano.

Rispetto allo scenario base considerato dal Pnrr, grazie al Recovery l’occupazione femminile registrerà un incremento del 3,7% tra il 2024 e il 2026, mentre quella giovanile vedrà una crescita del 3,3%. Per tradurre queste percentuali in valori assoluti, Zeta ha provato ad applicarle al 2020: si ottengono così 347 mila donne e 156 mila giovani occupati in più.

Ma il Piano centra l’obiettivo di favorire il lavoro femminile? «L’impatto stimato è piuttosto rapido perché l’occupazione femminile può essere facilitata più che stimolata – spiega ancora Nespoli – Gli interventi previsti dal Recovery, soprattutto a sostegno di una migliore conciliazione vita-lavoro, possono generare effetti più immediati rispetto alle politiche dedicate ai giovani».

Ci sono poi misure come la costruzione di asili nido, il tempo pieno a scuola e il lavoro da remoto, che favoriranno l’accesso di entrambi i genitori nel mondo del lavoro. Eppure, secondo i calcoli di Zeta, il Recovery Fund aiuterà i lavoratori uomini (+369 mila unità) più delle lavoratrici donne (+347 mila unità): il focus di Next Generation Eu sulla transizione ecologica, le infrastrutture e la digitalizzazione tende a favorire l’occupazione maschile, a causa della composizione di genere che caratterizza tali settori.

Secondo quanto si legge nel Piano, l’orientamento del Pnrr verso i giovani (persone di età compresa tra i 15 e i 34 anni) si vedrà già nel breve periodo: l’aumento occupazionale in termini percentuali risulta di poco superiore a quello complessivo. In particolare, favoriranno l’occupazione giovanile gli interventi ad alto contenuto innovativo, come la digitalizzazione e gli investimenti nelle telecomunicazioni. Il grafico mostra però che il recupero in termini di giovani occupati sarà tutto sommato marginale, del tutto insufficiente a riavvicinarci ai livelli pre-crisi.

«Il Pnrr punta a sostenere l’occupazione giovanile anche tramite investimenti con quote riservate, ma soprattutto a creare le condizioni perché l’espansione di quella femminile avvenga naturalmente negli anni a venire» – conclude Nespoli – Si pone attenzione agli investimenti riservati all’istruzione e alla formazione, che possono produrre competenze in linea con il fabbisogno delle imprese». Il Recovery scommette sull’innovazione e l’attrattività dei giovani per le aziende, ma il percorso da seguire è ancora lungo.

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