Esclusiva

6 Maggio 2021
“Ansia da specchio”, lo stress da videochiamata è peggiore per le donne

Nel primo studio su larga scala che esamina la “fatica da Zoom”, i ricercatori di Stanford hanno scoperto che le donne si sentono più stressate degli uomini dopo le videochiamate, e il motivo potrebbe essere la “visione di sé”

«A fine giornata accuso molto la stanchezza. Ho mal di testa, sento che i miei occhi si sono sforzati molto a stare davanti allo schermo. Mi sento molto più stanca di quando sono in presenza: sempre nella stessa camera, nessun contatto con i colleghi. Sono provata e stranita». Queste le parole di Ginevra, 24 anni, studentessa di Digital Marketing. Sia per studio che per lavoro, Ginevra passa almeno sei ore al giorno davanti al computer.

Con la pandemia che da più di un anno ci ha costretti a ritirarci nelle nostre case, le videochiamate hanno preso il sopravvento sul lavoro in presenza e sulla vita privata delle persone. Oggi una nuova ricerca condotta dall’università di Stanford rivela come il passaggio dalle riunioni di persona a quelle virtuali abbia avuto degli effetti rilevanti, in particolare tra le donne.

«Il passaggio al virtuale, come ogni cosa, ha i suoi pro e i suoi contro. Per esempio, nei giorni in cui si è più stanchi, il fatto di non doversi spostare è un vantaggio. Però passare tanto tempo collegata al pc tra riunioni e videoconferenze mi ha stressata non poco, perché mi sono dovuta abituare a dei ritmi completamente nuovi. Inoltre nessuno considera che quando stai per fare una riunione online possono esserci problemi di linea, o di accesso, quindi all’inizio è stato difficile abituarsi».

I risultati della ricerca

Secondo i dati dei ricercatori, la sensazione di stanchezza che deriva da una giornata di incontri online – nota anche come “fatica da zoom” – è maggiore per le donne. Nel complesso, una donna su sette – il 13,8 percento – rispetto a un uomo su 20 – il 5,5 percento – ha riferito di sentirsi da “molto” a “estremamente” affaticata dopo le chiamate su Zoom.

“Stress”, nell’etimo della lingua italiana, deriva dal concetto di strettoia, di pressione. «Le ragioni per cui probabilmente le donne sono più stressate degli uomini nelle videoconferenze sono legate al fatto che per ogni genere ci sono delle istanze, delle richieste da parte del contesto sociale, familiare, culturale – afferma il dott. Stefano Albano, psicoterapeuta e psicologo del lavoro e delle organizzazioni – quindi probabilmente la donna arriva a dover gestire le riunioni di lavoro mentre fa fronte anche a tanti altri compiti. È una generalizzazione, non sempre è così, dipende dalla cultura. Tendenzialmente, però, è vero che c’è un sovraccarico di richieste nei confronti delle donne».

Queste nuove scoperte si basano su un documento che i ricercatori di Stanford hanno pubblicato di recente sulla rivista Technology, Mind and Behaviour. Gli studiosi hanno intervistato 10.322 partecipanti a febbraio e marzo, per testare la loro “Zoom Exhaustion and Fatigue Scale” (la “scala della fatica e della spossatezza da Zoom”), per comprendere le differenze individuali del burnout, lo stress lavorativo che provoca un logorio psicofisico ed emotivo, causato in questo caso dall’uso frequente delle tecnologie di videoconferenza.

«Il cambio repentino del modo di relazionarci, indotto dalla pandemia Covid-19, senza dubbio ha generato e sta generando uno stato di stress, sia in forma acuta che cronicizzata, dato l’ampio arco temporale del disagio. Questo cambio di interazioni, mediato dalla tecnologia, ha modificato il setting del dialogo e i parametri dell’interazione, con inevitabili conseguenze sul grado di stress percepito. Ora si parla di stress legato al video e all’adattamento al nuovo strumento tecnologico. Ognuno di noi, in funzione del ruolo sociale, familiare e personale, che è condizionato dal genere, si è ritrovato, o ritrovata, in una situazione nuova che ha portato un inevitabile disagio d’adattamento.», afferma Albano.

Lo psicologo spiega che ogni cambio di habitat (ambiente) richiede un cambio di habitus (comportamenti) e questo può far emergere conflittualità latenti prima sopite.

È stato già evidenziato il fatto che la pandemia abbia colpito in modo sproporzionato alcuni gruppi di persone, come ha affermato Jeffrey Hancock, professore di Comunicazione presso la School of Humanities and Sciences e coautore del nuovo studio pubblicato lo scorso 13 aprile. «Abbiamo tutti sentito storie sulla stanchezza da Zoom, ma ora abbiamo dati quantitativi che dimostrano che la fatica da Zoom è peggiore per le donne e, cosa più importante, sappiamo perché», ha detto Hancock.

Perché le donne sono più stressate?

Ciò che ha contribuito maggiormente alla sensazione di spossatezza tra le donne è stato un aumento di ciò che gli psicologi sociali descrivono come “attenzione focalizzata su se stessi”, innescata dalla visione di sé in videoconferenza. Per misurare questo effetto, i ricercatori hanno posto ai partecipanti domande del tipo: “Durante una videoconferenza, quanto ti preoccupi di vedere te stesso?” e “durante una videoconferenza, quanto è fastidioso vederti?”. Le donne hanno risposto a queste domande indicando livelli di “preoccupazione” e “fastidio” più elevati rispetto agli uomini.

Questa focalizzazione prolungata su se stessi può produrre emozioni negative, o quella che i ricercatori chiamano “ansia da specchio”, ha detto Hancock. «Esistono due tipi di stress – spiega Albano – l’“eustress”, cioè quello stress positivo che potenzia la persona, riconducibile all’entusiasmo e allo slancio realizzativo, che potremmo definire uno stress dell’“andare verso”, e il “distress”, legato a una condizione scomoda, come quando ci siamo trovati di fronte a una pandemia mondiale. In questo ultimo caso lo stress non è proattivo, non mira a un piacere o a una progettualità, ma è la reazione a una condizione di disagio».

La soluzione “non si deve trovare agendo sullo strumento tecnologico, ma sulla causa originaria che provoca il disagio”: il rapporto con l’immagine di sé.

Gli studiosi hanno scoperto inoltre che, mentre le donne hanno lo stesso numero di riunioni virtuali al giorno degli uomini, i loro meeting online tendono a durare più a lungo. Hanno anche meno probabilità di fare pause tra le riunioni, tutti fattori che contribuiscono ad aumentare la stanchezza.

«In base al genere d’appartenenza siamo tutti sottoposti a determinate pressioni, che sono state amplificate da questa condizione pandemica. Ogni genere ha delle richieste implicite indotte dal gruppo sociale di appartenenza che fa da mediatore ai valori della cultura. In questo senso la nostra società tende a richiedere al genere femminile implicitamente, e spesso anche esplicitamente, un’immagine curata, esteticamente gradevole. Questa richiesta, reale o immaginata, potrebbe indurre nel genere femminile una maggiore propensione a verificare il proprio aspetto, per valutarne lo standard rispetto alle aspettative. Un uomo nel lockdown si è trovato a gestire mediamente più o meno compiti della donna? E solo di natura professionale o anche familiare? Sarebbe interessante approfondire questi aspetti attraverso ricerche quantitative e qualitative per comprendere bene cosa sia successo in ogni famiglia».

Le conclusioni tratte dalla ricerca, secondo gli esperti, sono molto attendibili. «Notiamo questo effetto in più studi diversi e anche dopo aver preso in considerazione altri fattori. I risultati di questa ricerca sono coerenti», ha detto Hancock.

I fattori rilevanti

Anche i tipi di personalità associati all’affaticamento da Zoom hanno rilevanza: gli estroversi hanno riportato livelli di stress più bassi dopo la videoconferenza rispetto agli introversi. Le persone calme ed emotivamente stabili hanno anche riportato un minore stress rispetto alle persone più ansiose, che potrebbero anche essere state influenzate dall’attenzione alla visione della persona, innescata dallo “specchio digitale”. «Una persona estroversa, rispetto a una introversa, ha dei livelli di stress più bassi perché è abituata all’interazione sociale, e quando questa è nel campo fisico l’introverso ha più spazio per gestirsi, mentre quando si viene inchiodati davanti a una telecamera diventa più difficile. Viene richiesta una presenza con condizioni più restrittive, in qualche modo obbligata», afferma Albano.

Anche l’età conta: gli individui più giovani hanno riportato livelli di stanchezza più elevati rispetto ai partecipanti più anziani. «Non è nota la ragione, sarebbe interessante comprendere il rapporto tra l’esperienza relazionale in termini di frequenza e intensità e le capacità di adattamento» afferma Albano. Un altro fattore è la razza: i dati preliminari dei ricercatori mostrano che le persone di colore hanno riportato un livello leggermente superiore di affaticamento da Zoom rispetto ai partecipanti bianchi.

Anche la sensazione di essere fisicamente nel campo visivo della videocamera ha contribuito a un aumento dello stress tra le donne. A differenza delle riunioni faccia a faccia, in cui le persone possono muoversi, le videoconferenze limitano i movimenti. «Questo contenimento forzato del proprio essere in un primo piano del viso può indurre effetti sul modo di vivere il corpo, sullo stato emotivo e sul modo di giudicare se stessi con inevitabili conseguenze sul piano espressivo e comunicativo. L’interazione mediata dal video, inoltre, impoverisce molti aspetti legati alla prossemica, ovvero alla vicinanza o distanza dall’interlocutore, altra ragione che può generare una condizione di stress nell’organismo», spiega Albano.

Questo studio deve aprire spazi di riflessione

I ricercatori stanno esplorando i risultati di questa ricerca in un progetto di approfondimento. «Stiamo lavorando per capire cosa potrebbe causare questi effetti e sviluppare soluzioni per affrontarlo», ha detto Hancock. È d’accordo Albano: «Bisogna avere un approccio umile rispetto ai risultati di questa ricerca. Per esempio la questione della razza apre uno scenario di approfondimento rispetto a quali fattori possano condizionare questo dato. Su alcuni aspetti è possibile formulare ipotesi, su altri serve un approfondimento ulteriore. L’impostazione deve essere quella di aprire spazi di riflessione».

Così, mentre gli individui possono provare a evitare il burnout apportando modifiche alle proprie abitudini di lavoro, i ricercatori esortano le organizzazioni a ripensare a come gestiscono il lavoro da remoto. Per esempio, le aziende potrebbero organizzare più riunioni senza video, definire linee guida su quanto dovrebbero essere frequenti e lunghi i meeting e fissare più pause tra le riunioni.

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