Esclusiva

10 Maggio 2021.
 
Ultimo aggiornamento: 11 Maggio 2021
Elezioni in Palestina, la sfida tra Hamas e Fatah

Doveva essere la riconciliazione tra due anime – Fatah e Hamas – divise dal 2007. Ma il rinvio non si è fatto attendere. Un’analisi della vicenda con le voci di Sergio Della Pergola, Safwat Kahlout e dal popolo della Cisgiordania

Il voto palestinese, atteso da 15 anni, non si terrà. Il presidente palestinese Abu Mazen aveva indetto le elezioni politiche a partire dal 22 maggio. Per la prima volta, in 15 anni, i palestinesi sarebbero stati chiamati alle urne. Le elezioni riguardavano non solo la Cisgiordania, governata da al-Fatah, ma anche la striscia di Gaza, in mano ad Hamas dopo la rottura, nel 2007, tra le due fazioni palestinesi. 

Tre le liste proposte da al-Fatah: quella di Abu Mazen (leader 86enne, in carica ininterrottamente dal 2005, ma che, secondo i sondaggi, raccoglie consensi molo bassi), “Libertà”, di Marwan Barghuti, ex dirigente del Fatah che sta scontando cinque condanne all’ergastolo in Israele per terrorismo, e “Futuro” di Mohammed Dahlan, che da anni vive in esilio ad Abu Dhabi. Hamas si presentava invece con una lista sola, guidata da Halil al-Haya. «Come movimento Hamas è molto organizzato. Ha ancora una sola voce, al contrario di Fatah che è separato – afferma Safwat Kahlout, giornalista di Aljazeera a Gaza – In Cisgiordania c’è grande sofferenza per la corruzione di Fatah”. I palestinesi vivono ancora con la cultura della rivoluzione, il loro percorso non si è concluso come quello dell’Europa liberata. Per la Cisgiordania Hamas è il “partigiano”, il salvatore».

Il rinvio delle elezioni, tra motivi ufficiali e motivi reali

Abu Mazen, prima del rinvio ufficiale, aveva detto che, se non sarebbero stati ammessi a partecipare i palestinesi di Gerusalemme est, le elezioni sarebbero state annullate. La parte orientale della Città santa è sotto controllo israeliano dall’annessione del 1967, dopo la Guerra dei sei giorni. Oggi Israele la considera parte del suo territorio, per questo i palestinesi che vivono lì, secondo gli israeliani, non dovrebbero votare più per le elezioni in Palestina (nonostante gli Accordi di Oslo del ’93 lo prevedano). Secondo alcuni, la loro partecipazione minaccerebbe il controllo completo di Israele su tutta la città.

Questa è la motivazione ufficiale, ma molti pensano sia un pretesto: Israele fornirebbe la possibilità ad Abu Mazen di annullare il voto, perché i sondaggi danno in grossa difficoltà Fatah.

Israele sostiene Abu Mazen per evitare che si possa ripetere quello che è accaduto nel 2006, quando Fatah ha perso le elezioni e Israele non ha riconosciuto la vittoria di Hamas, arrestando gran parte dei suoi deputati e attuando politiche repressive durissime nei territori palestinesi.

Le pressioni internazionali

Gli Stati Uniti non guardavano con favore una vittoria di Hamas. Qualche giorno fa il giornale palestinese al Quds, citando un anonimo alto funzionario americano, ha detto che l’amministrazione Biden avrebbe capito se Abu Mazen avesse deciso di rinviare il voto a causa della pandemia. Un via libera al rinvio. «Anche se Biden è diverso da Trump – afferma Fidaa Abu Hamdiyya, civile della Cisgiordania – non gliene frega niente dei palestinesi, siamo due gatti… hanno un sacco di problemi in America, se moriamo cosa gliene importa? Quelle cose dell’aiuto internazionale le dicono i politici, perché devono parlare».

L’Europa ha una posizione leggermente diversa, ma se la lista islamica fosse uscita vincitrice sicuramente non avrebbe fatto i salti di gioia. Anche la Giordania e l’Egitto, principali partner arabi nella sicurezza di Israele, non vedevano con grande favore una sua vittoria. La combinazione di questi fattori ha spinto per il rinvio del voto.

Speranze deluse

«Per noi elezioni voleva dire vivere un’esperienza di democrazia – afferma Fidaa – L’ultima volta abbiamo votato nel 2006. Quanta gente è morta e nata, nel frattempo. Per i giovani è un modo di partecipare alla politica e non sentirsi presi in giro. Quelli che stanno al potere ci vogliono rimanere e ci stanno manipolando come burattini. Sono incapaci, e non possono gestire da soli la Palestina. Devono dare opportunità. Ci trattano come pecore. Prima ci dite che ci sono le elezioni, e poi adesso? Il partito che governa si è spaccato in tre. I politici usano la scusa di Gerusalemme est, non credibile nemmeno per un bambino. Ci sentiamo presi in giro perché stanno facendo quello che vuole Israele, che fin dall’inizio ha detto di non volere elezioni».

Abu Mazen

La figura dell’attuale presidente palestinese è il perno di queste elezioni: 86enne che non gode di ottima salute, al potere da molti anni. La sua politica si è dimostrata nei fatti fallimentare e ad oggi non è condivisa da una fetta maggioritaria di palestinesi. L’appoggio internazionale di cui gode non è sufficiente a spingere Israele a fare delle concessioni sostanziali. «Anche se ha una storia alle spalle, piena di vittorie, di lotte, di tutto quello che vuole, basta – afferma Fidaa – Ha dimostrato di non essere capace a gestire la causa della Palestina, né a livello politico, né diplomatico, né amministrativo. Se potessi parlare con Abu Mazen gli direi di riposarsi. Ha 86 anni, si goda i suoi nipoti, viaggi».

«Dobbiamo solo aspettare che questi muoiano tutti. Quando cambierà la situazione lo saprà solo Dio, quando arriverà la loro ora. Noi intanto dobbiamo subire tutto questo».

Il punto di vista di Israele

Ci sono altre due “giustificazioni” che i palestinesi avrebbero usato per far rinviare il voto. Le tensioni degli ultimi giorni e la questione Gerusalemme est. «Da Gaza sono partiti senza motivo 40 razzi contro Israele, si è creata tensione nel sud del Paese e le forze militari israeliane hanno reagito. Queste tensioni sono una giustificazione per accusare Israele di voler sabotare le elezioni. Su Gerusalemme est altra polemica. È un espediente chiaro, perché sappiamo che l’elettore può votare anche fuori sede. La tendenza è incolpare Israele, senza guardare alla causa vera: la certezza che Abu Mazen perderà».