Esclusiva

31 Maggio 2021
“Buon compleanno, calcio di rigore”. Francesco Toldo racconta un film lungo 11 metri

Il 2 giugno il tiro dal dischetto festeggia 130 anni. Francesco Toldo, eroe di Euro2000, ha raccontato a ZetaLuiss uno dei momenti più iconici di una partita di calcio: “Gli occhi dicono tutto, come in un incontro di boxe…”

Il primo a proporlo fu un certo William McCrum, direttore di industria tessile e membro della Federcalcio irlandese che giocava in porta. L’idea nel 1890: “Troppi falli, poche regole”. Il 2 giugno dell’anno successivo l’introduzione, da parte dell’International Football Association Board. Rispettati, temuti e quasi odiati, oggi valgono campionati, Champions League e Coppe del Mondo. Si parla sempre di chi li tira, quasi mai di chi è costretto a stare tra i pali. Questione di attimi. Quello giusto per tuffarsi? “Appena prima dell’ultimo passo, quando l’avversario abbassa la testa per colpire il pallone”. Parola di Francesco Toldo, uno che di undici metri se ne intende. Portiere della Nazionale dal ’95 al 2004, un passato tra Inter e Fiorentina e una giornata da supereroe. Amsterdam, 29 giugno 2000. Contro i padroni di casa dell’Olanda, 3 calci di rigore parati . Uno nei tempi regolamentari, due nella lotteria finale. 

Quando si parla di calci di rigore, è difficile per un italiano non pensare a quella partita…

“È stata una giornata magica, a cominciare dall’ingresso in campo. Giocavamo a casa loro, un quarto dello stadio era per i tifosi italiani. Un’onda azzurra in un mare arancione. Mi sono divertito, come deve essere sempre quando uno sportivo fa ciò che ama. Non è un caso se ancora oggi tutti lo ricordiamo”.

Quel giorno parò 3 rigori. Cosa si prova?

“Per un portiere è l’apoteosi, il risultato finale di un lungo percorso. L’allenamento però non basta, entra in gioco la psicologia. Un’arma che si affina anno dopo anno, con l’esperienza. Devi entrare nella testa di chi tira, leggere gesti ed espressioni. A volte basta una sfumatura”. 

Cosa pensa un portiere prima del tiro?

“C’è tanta attenzione, in quei pochi secondi subentra la capacità di interpretare la partita e l’avversario. Nessun rito scaramantico, credo nel lavoro e nella costanza”. 

E poi?

“Spesso si decide sul momento. Il segreto è muoversi coi tempi giusti, cogliere l’attimo e sperare. Non possiamo dimenticare la fortuna, quella serve…”.

Meglio guardare il pallone o gli avversari?

“Il pallone non ha occhi né orecchie, va studiato il giocatore. È una sfida psicologica, come accade su un ring in un incontro di pugilato. Ci si concentra sullo sguardo dell’altro. Si sceglie un lato, poi si prova a coprire tutta la porta”. 

La partita con l’Olanda fu quella del cucchiaio di Totti…

“Per chi tira è una goliardata, per chi para una mancanza di rispetto. Conosco Francesco da una vita e mi sono divertito a vederlo, ma con me non l’avrebbe mai fatto. Va detto però che solo i grandi campioni rompono gli schemi. Fare un cucchiaio e vedere il portiere che lo para restando fermo non deve essere bello. Serve personalità, si rischia una figuraccia”.