Esclusiva

Agosto 10 2022
Il food porn è uscito dagli schermi

L’ossessione per i cibi grassi, grossi e peccaminosi è nata su Instagram, ma si sta diffondendo sempre di più nella ristorazione

Mondello è esattamente quello che ti aspetteresti da un posto che chiamano la spiaggia dei palermitani. Infinite tavolate di bagnanti allestite direttamente sulla sabbia, pescatori che sistemano le reti su barchette in legno colorato, grida, clacson. In una parola: folklore. Ma solo fino ad ora di pranzo. Uno dei ristoranti più gettonati della piazza di questo borgo marinaro, infatti, non serve né polpo bollito né le classiche sarde a beccafico. 

Il locale si chiama D2 e l’insegna avvisa gli avventori che stanno per entrare ne «La casa de food porn». L’occhiolino alla celebre Casa di Carta spiega che qui si rivisitano in tema serie tv i piatti più popolari dei social, dai giganteschi hamburger grondanti di formaggio a torte che nuotano nella crema di pistacchio. Il food porn, appunto: quella cosa che Urban Dictionary definisce come «immagini da acquolina in bocca di cibo succoso e dall’aspetto incredibilmente delizioso» e che dopo aver spopolato su Instagram oggi sta colonizzando la ristorazione.

Il perché è semplice, e lo spiega Daniele Seidita, proprietario del D2: «Prima facevamo cucina tradizionale, come tutti qui, e lavoricchiavamo. Poi, nel 2020 abbiamo aggiunto il food porn e in una stagione abbiamo decuplicato i guadagni. Abbiamo capito che quando la gente viene bombardata sui social da queste immagini finisce per desiderare solo quello, le cose vastase». Cioè grasse, grosse e peccaminose. Come il loro panino più venduto: «Doppio hamburger, salsa, doppio cheddar fuso, un disco di cheddar impanato e fritto, e pane ricoperto da altro formaggio e bacon». Meglio non fare il bagno dopo.

Il D2 è solo uno degli esempi dei ristoranti che, ogni giorno di più negli ultimi due anni, stanno portando le tendenze food porn dagli schermi alla tavola. Un altro esempio fortunato è quello di Golocius, una catena creata da due influencer del mondo del cibo che in tre anni ha aperto 20 ristoranti. Ma le iniziative abbondano in tutta Italia.

«Il format ha successo e i ristoratori non fanno altro che buttare benzina sul fuoco acceso dai social», spiega Matteo Di Cola, co-fondatore di @italyfoodporn, popolarissima pagina che propone «l’estetica del food porn americano — dai classici burger ai fritti di ogni tipo — ma esaltando l’eccellenza del prodotto italiano». Il rischio, però, è che per seguire le mode i ristoranti si omologhino: «Il 90% sembrano fotocopie, fra la pizza con mortadella e pistacchio, la burrata nel panino e la carbonara cremosissima con il tartufo», continua l’instagrammer. «Bisogna differenziarsi con studio e qualità. Creare prodotti belli da fotografare, ma che poi siano anche buoni», suggerisce Seidita. 

E attenzione a dormire sugli allori (o sugli incassi): come i trend cambiano alla velocità della luce, così fanno anche le voglie dei consumatori. «Adesso tutti sbavano per le colate di pistacchio. Ma la Nutella te la ricordi? Tre anni fa spaccava, oggi non la vuole più nessuno», nota Di Cola.

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Dietro la cultura del food porn, però, c’è un «grande equivoco», secondo l’esperta gastronomica Eleonora Cozzella. «Cibi come l’hamburger, ormai il simbolo di questa categoria, hanno cambiato la percezione del termine. Oggi dire food porn fa pensare a qualcosa di negativo, di gastronomicamente sconcio. Al cibo spazzatura, per intenderci. Ma in origine questo termine si riferiva all’arte di fotografare bei piatti, l’abbandonarsi alla seduzione del cibo». Dallo schermo alla tavola, però, ha vinto il marketing.