«Già oggi le forze dell’ordine fanno ricerche sugli studenti, ma è preoccupante che l’università sia tenuta a collaborare». C’è un articolo del disegno di legge 1660, detto ddl sicurezza, che preoccupa più di altri Leone, studente della Sapienza di Roma e attivista di Sinistra Universitaria. È il 31, che contiene «Disposizioni per il potenziamento dell’attività di informazione per la sicurezza». Il provvedimento, attualmente in esame alle commissioni del Senato, impone ad atenei, enti di ricerca e tutte le pubbliche amministrazioni di collaborare e fornire assistenza alle agenzie di intelligence italiane: il DIS (Dipartimento delle informazioni per la sicurezza), l’AISE (Agenzia informazioni e sicurezza esterna) e l’AISI (Agenzia informazioni e sicurezza interna).
Collaborazione obbligatoria
Questa forma di collaborazione non è del tutto nuova. Era già prevista dalla legge 124 del 2007, ma su base volontaria. L’articolo 31 introduce un obbligo, estendendo inoltre alle agenzie la possibilità di accedere a dati personali, anche se protetti da accordi di riservatezza. Reddito e contributi fiscali, condizioni di salute e persino opinioni politiche — rilevate attraverso appartenenza sindacale o candidature ad organi di rappresentanza — potrebbero essere consultati.
Leone teme un uso strumentale di queste informazioni: «Questi dati possono essere contro di te per dimostrare che sei “un pericoloso sovversivo”». La preoccupazione riguarda anche il possibile uso di una definizione di “sicurezza nazionale” troppo ampia, stabilita sempre dalla legge 124/2007 come «difesa dell’indipendenza, dell’integrità e della sicurezza della comunità e delle Istituzioni democratiche, al fine di proteggere gli interessi politici, militari, economici, scientifici ed industriali del Paese».
Studenti ma non solo
Il ddl sicurezza è arrivato alla fine di un anno, il 2024, in cui gli atenei sono tornati a vivere momenti di tensione. Fra aprile e maggio, alla Sapienza di Roma, le manifestazioni per il boicottaggio accademico delle università israeliane sono degenerate in scontri tra studenti e polizia. Mentre alcune sigle come Unione degli Universitari, Unione degli Studenti e Rete degli Studenti Medi sono scese in piazza assieme ad Amnesty International venerdì 17 gennaio per una fiaccolata contro il ddl.
«I luoghi del sapere sono sempre stati scomodi. Oggi nelle università l’intervento delle forze dell’ordine è fisso. Qui alla Sapienza c’è anche un commissariato interno», aggiunge Leone, preoccupato che l’articolo 31 apra la strada a una stretta autoritaria. «La destra al governo è istruita, è andata all’università e credo cerchi vendetta verso i cosiddetti “atenei rossi”».
Non è solo la parte studentesca della comunità accademica ad essere allarmata. «Proprio questo martedì 21 gennaio», continua Leone, «c’è stato il senato accademico dove è stata posta un’interrogazione. Anche la rettrice Antonella Polimeni ha detto che si aspetta che la Conferenza dei Rettori delle Università italiane approfondisca e si esponga sull’argomento».
Ci sono anche le associazioni di docenti e ricercatori tra le voci più critiche. L’Associazione italiana per la promozione della scienza aperta (AISA) ha denunciato il rischio di violazioni di diritti costituzionali, quali «la tutela della riservatezza personale, le libertà di informazione e manifestazione del pensiero, nonché la libertà e autonomia accademiche».
Non mancano però le posizioni favorevoli. Antonio Zoccoli, presidente dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare e della Consulta dei Presidenti degli Enti pubblici di Ricerca (ConPER), ha minimizzato le preoccupazioni: «Non vedo motivi di allarme. Del resto, tutti gli stati — non solo europei ma anche l’America e i paesi asiatici — ci chiedono di avere una strategia nazionale di sicurezza nella ricerca che deve essere aperta quanto più possibile, ma chiusa quanto serve». La discussione in università continua insieme a quella nelle commissioni.