Jim Legxacy, Little Simz e Knucks: la nuova scena della Black British music

Dall'arrivo dell'Empire Windrush alla nuova generazione londinese, settant'anni di resistenza riflessi negli album pubblicati nel 2025 dai suoi protagonisti
Jim-Legxacy-Black-British-Music-2025

«Se volete conoscere un popolo, dovete ascoltare la sua musica» diceva Platone. Tra le strade di Londra è possibile sentire il suono di una diaspora. La Black British music (musica britannica nera) nasce da una stratificazione di movimenti, tradizioni e scambi che dal 1948 ridisegnano il paesaggio musicale britannico. 

La storia dell’immigrazione afro nel Regno Unito inizia dopo la Seconda Guerra Mondiale con l’arrivo dell’Empire Windrush, nave militare che porta migranti dal Commonwealth — Caraibi e Africa — chiamati a ricostruire il Paese. Un’eredità che vive nelle nuove generazioni di musicisti neri britannici. Tra questi Jim Legxacy che apre così father, singolo tratto dal suo ultimo mixtape: «Black British music / We’ve been makin’ asses shake since the Windrush». 

James Folorunso Ifeanyi Olaloye, noto come Jim Legxacy, è un artista classe 2000 cresciuto nel sud di Londra a Lewisham da genitori nigeriani, una delle comunità africane più grandi e in più rapida crescita. Dalla fine degli anni Settanta, molti nigeriani hanno cercato lavoro all’estero e si sono stabiliti nel Regno Unito. La situazione politica ha anche spinto molti a chiedere asilo, con un picco nella metà degli anni Novanta durante la dittatura del generale Sani Abacha.

Little Simz
Little Simz, foto di Karolina Wielocha

Fin dai primi anni, la comunità afro-caraibica ha incontrato ostilità. «What would you say to your baby girl / When she ask you about white supremacy» rappa Little Simz in Blue, brano che chiude il suo album Lotus. Simz, pseudonimo di Simbiatu Abisola Abiola Ajikawo, ha 31 anni e racconta l’accoglienza complessa vissuta dai suoi genitori nigeriani, la tensione tra il passato coloniale e le aspirazioni di una società multiculturale. 

Discriminazione e segregazione non si limitano alla dimensione quotidiana, condizionano anche quella mondana. I neri vengono respinti dai club solo per bianchi” e dalle radio mainstream. Così costruiscono la loro scena. Salotti trasformati in sale da ballo, muri di sistemi audio in stile giamaicano e radio pirata che trasmettono musica nera. Ogni genere underground porta la voce della propria epoca. I testi reggae ribelli e quelli romantici dei brani lover’s rock rappresentano la generazione Windrush, il sound da club soul e veloce afferma lo UK garage negli anni Novanta. 

Dal Duemila, la crescita della musica nera incontra resistenza da parte delle autorità. La polizia vede gli eventi organizzati dai neri come una minaccia. Così la Metropolitan Police di Londra introduce il Modulo 696, una “valutazione del rischio” rivolta alle serate musicali nere, obbligando i promotori a specificare la composizione etnica del pubblico. A subirne le conseguenze sono i concerti garage, R&B e grime. Proprio quest’ultimo genere, rapido e sincopato, rappresenta uno dei pilastri sonori dell’attuale Black British music. Il nome, che tradotto in italiano significa “sporco”, descrive le caratteristiche del genere: sound grezzo e testi che raccontano le zone periferiche di Londra. 

Dal campionamento dei brani grime di Skepta e Boy Better Know nasce black british music (2025) di Jim Legxacy: immaginario da cameretta, rap britannico, chipmunk soul e afrobeat. Evoca personaggi come David Bowie e il calciatore Wayne Rooney. Non solo ispirazione, ma esperienze di vita di un britannico nero da poco prima del 2010 ad oggi. 

A Fine African Man, Knucks

Se la prima generazione affronta la diaspora, tra gli artisti della nuova scena cresce il bisogno di dare un senso alla loro identità. «Family callin’ me Afam… / Then I end up changing my name / Glad then, but today, I’m ashamed» canta Ashley Afamefuna Nwachukwu, in arte Knucks, in MY NAME IS MY NAME. A Fine African Man, il suo ultimo album, esplora la dualità di un ragazzo africano nato e cresciuto a Londra. Le pressioni sociali, la tensione tra il nome di battesimo e le opinioni altrui: «Big house in the belly of Britain but still eatin’ Okra soup / They don’t understand I’m an African man, what you want me to do? / I have mine with a spoon, they thinkin’ I’m cool or tryna be boujee / I learned it from school». 

La tensione identitaria affianca un’altra traiettoria, quella di chi cresce dentro lo stesso contesto e comincia ad osservarne gli esiti. In The Boy Who Played the Harp, Dave non racconta il tentativo di farcela, ma ciò che accade dopo. Da una famiglia nigeriana di Streatham, una periferia nel sud di Londra, alla fama mondiale: «And when they talk on my name in this country / they gon’ tell you that I’m already a legend». Il brano che apre il suo ultimo album si intitola History. Dave si chiede cosa significhi fare la storia senza mettersi su un piedistallo, senza perdere contatto con la realtà. Ha 27 anni, riconosce di non essere più una persona comune ma non tradisce le proprie origini: «I can’t speak sideways on grime, jungle or garage / When I know that it’s the reason we managed to make history».

Non soltanto colonna sonora della strada o dei club, ma anche spazio di introspezione, memoria e rinascita. In Lotus di Little Simz e Time Flies di dexter in the newsagent l’intimità diventa linguaggio. Entrambe osservano il tempo che passa tra ferite, crescita e incertezza. Simz trasforma il trauma in guarigione, dexter fotografa l’ansia dell’attesa. 

Sullo sfondo di questi album, tutti pubblicati nel 2025, resta Londra. Luogo narrativo e spazio di frizione creativa, attraversa i progetti rendendoli “britannici” pur nella loro diversità di suoni, origini e traiettorie. Una città che costringe a fare i conti con chi si è e chi si vuole diventare. La Black British music è un processo che si riscrive nel tempo. Non fissa le origini, le mette in tensione. Non chiede da dove arrivino questi artisti, ma osserva ciò che stanno modellando: un nuovo linguaggio comune, autentico, nato dall’attrito tra storia, presente e possibilità future.

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