Una stanza spoglia, con un arredamento essenziale ed un protagonista: un tavolo circolare. La scelta non è casuale, perché in questa camera al secondo piano di Borgo Pio 10, vicino al Vaticano, vittima e autore di reato si siedono sullo stesso piano. Escono dal tribunale, dal banco degli imputati, dalle toghe, e tornano ad essere persone che si guardano in faccia e che, se lo vogliono, si parlano. È questo il cuore del primo centro di giustizia riparativa di Roma, inaugurato giovedì 14 maggio su impulso del decreto legislativo 150/2022, la riforma Cartabia, che dopo decenni di vuoto normativo ha dato una cornice istituzionale a pratiche fino ad allora affidate alla passione dei singoli operatori e all’impegno di associazioni private.
La giustizia riparativa è un approccio orientato a riparare i danni causati da un reato, mettendo in relazione la vittima, la persona indicata come autore dell’offesa e uno o più mediatori penali, affinché il reo possa responsabilizzarsi, la vittima sentirsi riconosciuta, ed entrambi gli attori ricostruire un legame con la comunità.
Il centro, uno dei 36 avviati in tutta Italia dopo il decreto, è coordinato dalla mediatrice Chiara Spitale e conta nove operatori. In Lazio ne operano altri tre, tra Velletri e Latina, e per ognuno la Cartabia prevede una copertura minima di 120 ore settimanali di servizio.
Prima di arrivare a quel tavolo c’è un percorso. I mediatori, concepiti come figure terze con alle spalle quasi 450 ore di formazione pratica e teorica, incontrano separatamente le parti: prima la persona indicata come autore dell’offesa, poi la vittima (o, eventualmente, i suoi familiari). Solo se entrambe scelgono liberamente di proseguire, si arriva all’incontro. «La partecipazione è gratuita e volontaria, ed è consentita per qualsiasi tipologia di reato», spiega Maria Pia Giuffrida, operatrice del centro. «Il magistrato può inviare una persona d’ufficio, ma questa può non venire, o venire e poi decidere di non continuare».
Oltre alla mediazione diretta, che prevede un colloquio tra la vittima e il reo dello stesso reato, esiste anche quella aspecifica, che include parti coinvolte non nello stesso crimine, ma nella stessa tipologia. Al tavolo siedono almeno tre mediatori, per garantire quella che la legge chiama equiprossimità: non stare dalla parte di nessuno, ma essere ugualmente vicini a tutti. «È possibile che io mi senta coinvolta dalle ragioni o dall’emotività di una parte o dell’altra», racconta Spitale, «e allora faccio un passo indietro, perché so che ci sono altri due colleghi a garantire quell’equilibrio».
L’obiettivo non è il perdono (parola che le operatrici rifiutano), né una soluzione negoziale. «Non è buonismo», dice Giuffrida. «Si può anche dire “no, non voglio incontrarti”. Però almeno ce lo siamo detti guardandoci in faccia». Per la vittima, in particolare, il centro offre qualcosa che il processo tradizionale spesso non dà: la possibilità di uscire da un ruolo cristallizzato. «Il procedimento giudiziario incasella: il reo è brutto e cattivo, la vittima è per forza debole. Qui invece si torna a essere persone con emozioni, vissuti, valori. Ci si siede insieme, e non sei solo l’una o l’altra etichetta.»
L’accoglienza, per ora, è mista. Gli avvocati guardano con scetticismo, spesso cercando di piegare lo strumento a strategie difensive, mentre i magistrati hanno criteri di rinvio ancora poco definiti. «L’unico su cui siamo tutti d’accordo», dice Spitale, «è evitare il rischio di reiterazione del reato. Per il resto, ognuno la pensa a modo proprio». Uno dei focus del centro è quindi la diffusione culturale, attraverso seminari, proiezioni di filmati sugli incontri di mediazione, iniziative per giornalisti. Perché il vero ostacolo, prima ancora degli scetticismi professionali, è un immaginario collettivo abituato solo a condanna o assoluzione. «Piano piano bisogna far calare questa difesa ad oltranza verso qualcosa di nuovo», conclude Spitale. Intanto, il tavolo rotondo è già lì ad aspettare.








