L’Argentina ha riscritto il suo codice del lavoro. Quello che il presidente Javier Milei definisce una riforma di «modernizzazione», per i sindacati è un «ritorno al XIX secolo».
Il 20 febbraio 2026 la Camera dei Deputati ha approvato la riforma, modificando pilastri rimasti in gran parte invariati dagli anni ’70. Poiché il testo ha subito cambiamenti, tornerà ora al Senato per il voto definitivo previsto ai primi di marzo. Se approvato, Milei firmerà il decreto per renderla legge.
Con la riforma, la giornata può arrivare fino a dodici ore tramite contratti aziendali e il periodo di prova passa da tre a sei mesi, durante il quale il rapporto può essere interrotto senza indennità. Cambiano anche le regole sul licenziamento. Dal calcolo dell’indennità sono esclusi premi, bonus e tredicesima.
Ana Natalucci, sociologa politica dell’Universidad de Buenos Aires, che da oltre vent’anni studia lavoro e sindacati, spiega come queste modifiche si inseriscano nella struttura sociale ed economica del Paese.
Al centro del cambiamento c’è lo smantellamento dei valori del peronismo, nato negli anni ’40 sotto la guida di Juan Domingo Perón. Il movimento era radicato in un’idea di giustizia sociale dove lo Stato è il garante dei diritti dei lavoratori e la redistribuzione della ricchezza. Fu il peronismo a portare nelle case dei lavoratori diritti fino ad allora impensabili, trasformando i descamisados, i “senza camicia”, nel cuore pulsante della nazione.
«Quelle leggi erano all’avanguardia», afferma Natalucci, ricordando come abbiano costruito un contratto sociale fatto di ferie pagate, tredicesima, assistenza sanitaria sindacale e mobilità sociale. Per questo il peronismo non è stato solo una forza politica, ma una promessa di dignità.
«Già oggi i lavoratori informali sono quasi il 45%», chiarisce. Un problema legato a crisi ricorrenti, alti costi e un’ampia economia sommersa mai integrata nel welfare. Secondo l’Indec, dall’inizio del governo Milei si sono persi oltre 300mila posti regolari, sostituiti da lavoro autonomo e in nero. Natalucci non nega la necessità di aggiornare il sistema, ma critica la strada scelta: «Il governo punta su deregulation e riduzione delle tutele. È una riforma regressiva».
La riforma elimina gli statuti professionali, uniformando mestieri diversi in un’unica categoria contrattuale. Introduce inoltre la “Banca delle ore”: le ore oltre le 8 giornaliere non sono più pagate come straordinari, ma accumulate come riposi. Si potrà lavorare fino a 12 ore senza guadagnare di più.
«Non è antisindacale, è a favore di maggiori opportunità e migliori retribuzioni», ha dichiarato Milei per giustificare la riforma.
Secondo l’esecutivo, le rigidità del sistema scoraggiano le assunzioni regolari e favoriscono il lavoro in nero. La legge sul contratto di lavoro del 1974, con alti contributi e indennizzi, avrebbe alimentato un contenzioso costoso e imprevedibile per le imprese. In questo quadro, assumere formalmente in Argentina sarebbe diventato costoso e rischioso, soprattutto per le piccole aziende.
Il ministro per la Deregolamentazione, Federico Sturzenegger, ha dichiarato durante una tournée in Spagna che uno degli obiettivi della riforma è «disarticolare la struttura» dei sindacati, riducendone il potere contrattuale.
Con la riforma, le assemblee richiederanno il permesso del datore e gli scioperi dovranno garantire fino al 75% delle operazioni nei “servizi essenziali”, riducendo di fatto il diritto di protesta.
«È un governo che ha sospeso le istanze di mediazione e adottato un protocollo anti-picchetto con livelli di repressione mai visti; bisogna risalire alla dittatura per vedere qualcosa di simile», comenta la sociologa.
Durante il dibattito al Senato sulla riforma il 11 e 12 febbraio, un muro di agenti federali in nero sbarrava il Congresso, mentre mezzi blindati respingevano manifestanti con gli idranti. Molotov esplodevano davanti alla polizia, mentre proiettili di gomma e lacrimogeni avvolgevano la piazza in una densa nube bianca. Almeno 17 persone sono state denunciate dal ministero della Sicurezza con l’accusa di “terrorismo”. Un’azione che l’opinione pubblica ha letto come l’ennesimo tentativo di criminalizzare il dissenso.
Il 19 febbraio, la vivace capitale ha assunto un’atmosfera da città fantasma, quando la CGT, la principale confederazione sindacale, ha indetto uno sciopero nazionale di 24 ore. Le principali vie di scorrimento, come Av 9 de Julio, rimasero deserte, prive del consueto traffico frenetico. «Difendiamo i diritti che il governo di Javier Milei vuole sottrarci, stanno negoziando la più grande svendita degli ultimi 70–80 anni», afferma Jesica Gentile, militante del Movimiento Socialista de Trabajadores, scesa in piazza per protestare.
«Non bisogna votare l’estrema destra; attenzione a non comprare specchietti per le allodole che sostengono un modello di iper-accumulazione del capitale in pochissime mani. L’Argentina dovrebbe essere un esempio di ciò che non si deve fare e votare», conclude Natalucci, con una risata amara e trattenuta, come colpita all’improvviso dal peso di tutto ciò che è accaduto e da come il paese sia arrivato a questo punto.