«Sto sognando? Ciao al nuovo mondo!». La voce di un uomo copre la musica mentre la folla balla intorno al fuoco. È uno dei video circolati nelle ore successive alla morte di Ali Khamenei, diffusi al di fuori dei canali ufficiali e nonostante i controlli sulla rete. Festeggiamenti spontanei in tutto il paese, musica, balli, statue abbattute, cori liberatori. Sono scene che non è possibile slegare dalla repressione di gennaio, in cui hanno perso la vita migliaia di manifestanti. Nel sud, a Lapuee, una folla si è riunita davanti alla casa di Pooya Jafari, un ragazzo di quindici anni ucciso durante le proteste. Da Isfahan, una donna di 33 anni ha raccontato a Reuters di aver iniziato a piangere «per un mix di gioia e incredulità» e di essere scesa in strada a ballare per condividere quelle sensazioni. Ha chiesto però di rimanere anonima temendo ancora reazioni delle milizie del regime. La figura della Guida Suprema resta legata a quella stagione di violenza e chiusura, e i festeggiamenti assumono il valore di una rottura simbolica, di una liberazione che passa anche dalla memoria delle vittime.
Una parte del Paese continua comunque a riconoscersi nell’ordine della Repubblica islamica e teme che la scomparsa di Khamenei apra una fase di instabilità o di confronto diretto con l’esterno.
A Teheran una folla vestita di nero riempie una piazza: pianti, preghiere, bandiere, volti che cercano un appiglio nell’idea di «martirio» e vendetta. Un uomo dice che la notizia gli ha riempito il petto di odio «verso Israele e America» e che «bisogna vendicare il sangue del leader». Una donna, in lacrime, racconta un’ultima notte passata a sperare che fosse falso: «Abbiamo detto da ieri notte fino al mattino che, se Dio vuole, è una bugia. Purtroppo era vero». È il lutto di chi, nel sistema, ha trovato identità e protezione; di chi teme che il futuro sia peggiore del presente; di chi ha interiorizzato l’idea di «assedio esterno» e vede nell’attacco la prova definitiva che l’Iran non può permettersi esitazioni.
C’è però anche e soprattutto incertezza. Sempre a Reuters, una maestra elementare di Shiraz, Atousa Mirzade, ha dichiarato tutta la sua preoccupazione per il futuro politico dell’Iran: «Non so cosa accadrà al nostro paese. Abbiamo visto cosa è successo in Iraq: caos e spargimento di sangue».
È la paura di un vuoto di potere, la paura che la «fine» non significhi libertà ma frammentazione, la paura di una transizione guidata dall’esterno con le armi.
Dopo oltre trent’anni di potere personale, la Repubblica islamica si trova a gestire una transizione senza una figura che concentri su di sé autorità religiosa, politica e simbolica. Nelle prime ore, le istituzioni insistono sulla continuità: comunicati ufficiali, lutto nazionale, appelli alla calma e alla coesione. Ma dietro questa rappresentazione ordinata emergono interrogativi irrisolti sul processo di successione, sul ruolo effettivo dell’Assemblea degli Esperti (che elegge la Guida Suprema) e sul peso crescente degli apparati di sicurezza nella gestione del vuoto di potere.
La televisione di Stato e le principali agenzie allineate al governo costruiscono un racconto unitario, centrato sul martirio, sulla minaccia esterna e sulla necessità di difendere l’ordine esistente. Il linguaggio è solenne, rituale, privo di riferimenti alle reazioni divergenti nel paese. Le immagini di lutto occupano lo spazio pubblico, mentre ogni altra narrazione resta ai margini o circola in forma frammentata.
Fuori dai canali ufficiali, invece, il flusso informativo appare più disordinato e contraddittorio. I media iraniani con sede all’estero e le piattaforme digitali rilanciano testimonianze, video e commenti che raccontano un paese meno compatto, attraversato da emozioni opposte. È in questo spazio che emergono le voci di chi contesta la legittimità dell’attuale sistema e mette in discussione qualsiasi successione gestita dagli stessi apparati che hanno retto il potere fino a oggi. La circolazione di queste immagini e dichiarazioni è però intermittente, ostacolata da rallentamenti e controlli sulla rete.
Il controllo dell’informazione diventa così parte integrante della fase di transizione. Limitare la visibilità delle reazioni di festa, amplificare quelle di lutto, ridurre il dibattito pubblico alla dimensione della minaccia esterna: sono tutte strategie che mirano a contenere l’instabilità e a impedire che la morte della Guida si trasformi in un catalizzatore politico. La pluralità di immagini che continua a filtrare mostra i limiti di questo controllo.








