NOVO SELO, BULGARIA – Spari secchi, raffiche, colpi di mortai e carri armati. Piove, il fango rallenta uomini e mezzi, il freddo nelle ossa e sui cingolati, ma nella base militare di Novo Selo in Bulgaria, i soldati si preparano alla guerra. Spettro dimenticato che riappare in Europa.
A meno di cento chilometri dal Mar Nero, dove gli ucraini si difendono dai russi dal 2022, truppe italiane sono adesso alla guida del contingente internazionale, incaricato di difendere il fianco sud-est della Nato da ogni attacco. Dopo l’invasione del presidente Putin contro Kiev, l’Alleanza Atlantica ha intensificato la presenza in Europa orientale, con una cintura difensiva dall’Estonia alla Bulgaria per contenere le mosse del Cremlino. Reparti e artiglieria sono schierati in otto Battle Group, contingenti internazionali pronti a intervenire. «È la linea di deterrenza. Essere sul territorio e prepararsi a ogni scenario permette di difenderci da ipotetici aggressori» spiega a Zeta il colonnello Matteo Epifani, comandante del Battle Group in Bulgaria. Ogni giorno si addestrano al peggio. «Abbiamo la capacità di schierare in pochissime ore unità da combattimento sul territorio bulgaro e rumeno», conferma il tenente colonnello Gianfilippo Cambera, comandante del Task Group di Novo Selo.
La base è organizzata come un villaggio: mensa, palestra, ristoranti, un piccolo spaccio, ma i 750 soldati italiani passano ore alla pratica di puntamento e tiro, su una distesa piatta, 144 km quadrati fino all’orizzonte. I Lince, veicoli blindati leggeri, affrontano la strada sterrata e le buche fanno vibrare il telaio e sobbalzare i passeggeri da una parte all’altra.
Cespugli bassi e alberi spogli nascondono i Freccia, blindati da combattimento. L’esercitazione simula la controffensiva, dopo un attacco nemico: prima intervengono i blindati con i cannoni, poi la fanteria. I Freccia sparano 145 colpi in pochi minuti. L’eco resta nell’aria sotto la pioggia, i bossoli vuoti cadono nel fango uno dopo l’altro. Dentro i mezzi i mitraglieri, silenziosi, aspettano il segnale per bonificare l’area. Quando arriva, scendono al volo, si disperdono sul terreno e sparano raffiche contro i loro bersagli. È un’esercitazione, ma tutto è come in guerra.
In un’altra area del poligono, si allinea una dozzina di M1151 montenegrini, mezzi pensati per strade impervie. La mitragliatrice sul tettuccio alterna i colpi a quelli dei carri italiani. Oltre ad Italia e Montenegro il Battle Group schiera Albania, Grecia, Macedonia del Nord, Turchia, Romania, Bulgaria. «Se dovesse succedere il peggio combatteremmo fianco a fianco, quindi è importante collaborare. Nella base passiamo il tempo insieme, il legame si consolida nei momenti di svago, rendendo più efficace la coordinazione sul campo» racconta il capitano Giorgio Pappalardo.
Fuori dal poligono la guerra simulata si avvicina a Koren, paese a sud della Bulgaria, stradicciole, casupole, la piazzetta, dove si incrociano ancora pastori e muli. Ora le manovre spezzano il silenzio antico, «Oggi andiamo a simulare un’avanzata nemica in Romania, nella regione del Focsani. È un’area strategicamente decisiva» detta il capitano Bruno, spostando le miniature dei carri su una mappa.
Lontano dalla linea del fronte prescelto, gli obici offrono un ombrello protettivo alle truppe. Tonfi regolari, distanziati di cinque secondi che si infrangono sulla collina nel fumo delle esplosioni. Avanti i blindati tengono la posizione, i Dardo, cingolati pesanti, coprono l’avanzata dei Freccia, e quando i mezzi si fermano ai piedi della montagnola, parte l’assalto finale dei mitraglieri.
Spari, freddo e fango formano i soldati, la guerra qui non è arrivata, ma la minaccia incombe tra droni che sorvolano lo spazio aereo europeo, attacchi alle infrastrutture strategiche e campagne di disinformazione sul voto democratico. La speranza di tutti gli uomini al lavoro in Bulgaria è la pace, ma dalle vicine trincee ucraine alla guerra aerea in Iran il mondo brucia.