«Ascoltare la musicalità dei versi di Dante può essere una grande scoperta»: con queste parole Lucia Ronchetti introduce la sua potente rilettura teatrale della prima cantica della Divina Commedia. Lo spettacolo Inferno approda al Teatro dell’Opera di Roma dopo essere stato presentato in forma semi-scenica, per la prima e unica volta, nel 2021 all’Oper Frankfurt, segnando anche l’esordio in Italia del regista David Hermann.
Sotto il colonnato, coreografi, cantanti e ballerini provano versi e movimenti tra frammenti sinfonici e passi di danza in vista dello spettacolo serale. Tra eleganza e raffinatezza, il teatro si riempie progressivamente di spettatori di ogni età. All’ingresso, accanto al personale che controlla i biglietti, viene distribuito il libretto di sala che guida il pubblico nella messa in scena attraverso i versi danteschi e la presentazione dei personaggi. La fila poi si divide: c’è chi sale verso gli spalti e chi si dirige verso la platea.
L’attesa è accompagnata dalle note dell’orchestra, mentre le luci restano accese finché gli spettatori non prendono posto. Un faro illumina alcuni addetti ai lavori che rivolgono un breve intervento al pubblico per ricordare l’impegno che si cela dietro ogni gesto e ogni dettaglio necessario alla realizzazione di uno spettacolo. I finanziamenti, spiegano, sono sempre più scarsi e non dovrebbero mai essere sottratti alla cultura.

Quando la sala si riempie, un lungo applauso anticipa l’apertura del sipario. Le luci si abbassano, diventano soffuse, e le voci, inizialmente concitate, si spengono a poco a poco.
L’attore Tommaso Ragno pronuncia «Io non so ben ridir com’i’ v’entrai», mentre il quartetto maschile dell’Ensemble Neue Vocalsolisten intona «Per me si va nella città dolente», evocando quasi un coro del teatro greco. Le voci dialogano spesso con l’attore, amplificandone i sentimenti e accompagnando il percorso narrativo fino al finale scritto da Tiziano Scarpa, che dà voce a Lucifero. Il basso Andrea Fischer, con il suo timbro chiaro, arriva quasi a “masticare” le parole, come suggerisce lo stesso testo.
La scena si sviluppa all’interno di una struttura prefabbricata articolata su più piani: ogni livello rappresenta un tema e ospita personaggi diversi, creando una sorta di percorso visivo e narrativo attraverso l’Inferno dantesco. Il protagonista si muove da un piano all’altro grazie a un ascensore, che scandisce il passaggio tra i vari episodi. Anche il gioco di luci, studiato nei minimi dettagli, contribuisce a definire le atmosfere dei diversi ambienti.
Tra gli episodi più musicati quello di Paolo e Francesca. Ma c’è anche una novità rispetto alla trascrizione dei versi danteschi: il finale scritto da Tiziano Scarpa, in cui viene lasciata la parola anche a Lucifero.
Nel libretto, Scarpa afferma di non apprezzare la scelta dantesca di non far parlare Dio e Satana e arriva a definire il poeta fiorentino «una specie di intervistatore pavido. Con Lucifero e Dio ha avuto un atteggiamento peggiore delle “interviste in ginocchio” dei giornalisti accondiscendenti che non pongono domande scomode ai potenti». Da qui la provocazione: Dante sarebbe, «da questo punto di vista, all’origine della mancanza di coraggio tipicamente italiana nei rapporti con il potere».