Una veggente in fuga da un matrimonio diventato un incubo, costretta a vivere sotto falsa identità, sospesa tra la necessità di sopravvivere e il desiderio di preservare un briciolo di dignità. Questo è il punto di partenza de La sonnambula, l’ultima fatica di Bianca Pitzorno, autrice che nel panorama letterario italiano occupa un posto d’onore.
Difficile trovare un genere o un pubblico che la scrittrice non abbia frequentato con successo: dalla letteratura per l’infanzia al teatro, dalla narrativa per adulti alle sceneggiature televisive, passando per l’archeologia, l’insegnamento e l’attivismo politico. Questa vastità di interessi riflette un’urgenza espressiva che attraversa tutta la sua produzione, unita alla capacità di applicare la stessa mano leggera tanto alle storie gioiose dell’infanzia quanto a quelle feroci di un mondo in trasformazione.
Il romanzo si inserisce in un solco storico delicatissimo: l’Italia post-unitaria, un Paese nato in fretta, figlio dell’espansione del Regno di Sardegna, tra la permanenza di realtà rurali arcaiche e una frenetica spinta verso la modernizzazione. Pitzorno eccelle nel descrivere una transizione che l’Italia non ha saputo governare con saggezza: un mondo che accelera bruscamente, dove il calesse viene sostituito dal treno, ma dove gli uomini faticano a tenere il passo del vapore. In questo scenario, il “guinzaglio” stretto intorno al collo delle donne accenna ad allentarsi, specialmente per le classi abbienti, ma il potere patriarcale rimane intatto. Il matrimonio è percepito e praticato come un passaggio di proprietà; l’istruzione è un privilegio negato e la dipendenza economica resta lo strumento principale di umiliazione e controllo.
Ofelia, marchiata sin dall’infanzia dai suoi stati di trance e dalle sue doti di preveggenza, vive una doppia marginalità: come donna e come “diversa“, perché proprio quel dono la rende agli occhi della comunità una creatura sospetta, da temere o da esibire. La sua dote, per la società una colpa o un fenomeno da baraccone, diventa per lei l’unico strumento di emancipazione, seppur attraverso la finzione e il sotterfugio. La sua forza non deriva da superpoteri romanzeschi, ma da un puro e feroce istinto di sopravvivenza, che la porta a sfruttare la propria fama affinando tecniche di vaticinazione per mantenersi in autonomia.
Uno dei pregi maggiori dell’opera sta nell’imponente lavoro di documentazione. Pitzorno non si limita a descrivere la Sardegna sassarese delle sue origini, terra di anarchia e poesia, ma la popola di figure umane vive e sfaccettate. È nella gestione di questa forza che il romanzo incontra il suo limite. La crudeltà della realtà stride con la risoluzione della vicenda. Giunta al bivio finale, l’autrice sembra cedere a un eccesso di protezione nei confronti della sua creatura: invece di condurre la storia verso la “brutta fine” che il contesto suggerirebbe come inevitabile, propone un epilogo quasi consolatorio. È in questo punto di rottura che la narrazione perde lo slancio epico, e il lettore, fino a quel momento catturato dal rigore del romanzo storico, avverte improvvisamente un cambio di registro.
Il sospetto che sorge durante la lettura è che l’istinto primordiale di Pitzorno, quello di scrivere per un pubblico giovane e non ancora disincantato, finisca per riaffiorare quando si rivolge agli adulti. I personaggi, che per tre quarti del libro sono stati mossi da necessità ferree, iniziano a prendere decisioni poco coerenti con il loro passato, pur di arrivare a un lieto fine. Così, se da un lato il finale rasserena il lettore affezionato a Ofelia, dall’altro svilisce la portata tragica della sua condizione: un romanzo che nasce per denunciare le catene di un’epoca finisce per spezzarle con troppa facilità, togliendo peso alla denuncia stessa.








