La finale del Mondiale dentro e fuori il Metlife

Il giornalista Fabio Licari racconta la partita dalla sala stampa, i tifosi la commentano dall'esterno

La finale della Coppa del Mondo di calcio 2026 è stata tante cose: coinvolgente, spettacolare, per alcuni noiosa. Ieri, 19 luglio, la Spagna ha battuto 1-0 l’Argentina al MetLife Stadium di East Rutherford, nel New Jersey. Per Fabio Licari, inviato della Gazzetta dello Sport, è stata «la finale meno finale che ricordi». La prima la vide in televisione nel 1974, Germania Ovest-Olanda; dal 2006, con Italia-Francia a Berlino, le ha seguite tutte dallo stadio, compresa quella di ieri.

«Non ricordo un’altra squadra che abbia scientificamente deciso di non giocare, sentendosi inferiore e aspettando un solo evento: i rigori. Una finale si gioca, l’Argentina non lo ha praticamente fatto». I numeri spiegano il giudizio: dodici tiri nello specchio per la Spagna, nessuno per i campioni uscenti. L’Albiceleste ha resistito grazie al portiere Emiliano Martínez, poi è rimasta in dieci per l’espulsione del centrocampista Enzo Fernández. Al 106’ il terzino Pedro Porro ha crossato, l’ala Nico Williams ha rimesso il pallone al centro e l’attaccante Ferran Torres ha segnato il gol del secondo titolo mondiale spagnolo.

Davanti allo stadio, intanto, dominavano le maglie numero 10 di Lionel Messi, capitano e simbolo argentino. Per ogni sostenitore spagnolo se ne contavano almeno tre dell’Albiceleste. Tra loro c’era Noraiz Ali, studente della Woodbridge High School e allenatore di bambini nel tempo libero. Conosceva già l’impianto perché è stato qui per la finale del Mondiale per club del 2025, ma aveva rinunciato alla finale per il prezzo dei biglietti. L’ha seguita dal computer, fuori dai cancelli: i maxischermi c’erano, ma trasmettevano pubblicità. «Benvenuti in America», ha ironizzato.

Poco distante ha incontrato George e Christopher, padre e figlio arrivati da Atlanta. Avevano deciso il viaggio quattro giorni prima e speso 28 mila dollari per due posti. «Siamo arrivati stamattina. L’atmosfera è fantastica, vogliamo soltanto vedere una grande partita, una vera finale».

Quella immaginata dai tifosi si è trasformata in una gara a senso unico. «È stata una finale senza fenomeni. Nel 2022 c’erano Kylian Mbappé e Messi, nel 1998 Zinédine Zidane, nel 2002 Ronaldo. Stavolta nessuno si è preso la scena da solo. È stata la finale delle due squadre più squadre», ha spiegato Licari. La Spagna ha cercato il gioco, l’Argentina la resistenza. Dopo il fischio finale, le proteste e la rissa innescata dal centrocampista Leandro Paredes hanno mostrato ancora la distanza fra i due modi di vivere il calcio: più armonico quello spagnolo, più aggressivo e conflittuale quello argentino.

Anche intorno al campo la serata ha mostrato un calcio diverso. L’intervallo è durato 27 minuti per il primo spettacolo musicale mai organizzato durante una finale mondiale. «È stata un’americanata. Dalla tribuna non si vedeva quasi nulla, bisognava guardare il maxischermo. Era pensato soprattutto per la televisione», ha raccontato l’inviato. Per lui la FIFA, la federazione che governa il calcio mondiale, rischia di modificare tempi e tradizioni per adattare il gioco all’intrattenimento statunitense.

Le squadre a colloquio con i CT tra la fine del tempo regolamentare e i supplementari

Entrare al MetLife è stato complicato anche per la stampa. La presenza del presidente americano Donald Trump ha rafforzato i controlli, con servizi segreti, procedure lente e attese sotto il sole. «Eravamo migliaia nello stesso ingresso. C’erano file lunghissime e persone con difficoltà a respirare. Con il caldo umido di altre giornate qualcuno avrebbe potuto sentirsi male». Licari lo ha definito «il Mondiale più disorganizzato della storia», pur riconoscendo la qualità delle partite e l’efficacia delle nuove regole contro le perdite di tempo.

Alle difficoltà logistiche si sono aggiunte le polemiche politiche. Dopo una telefonata di Trump a Gianni Infantino, presidente della FIFA, la squalifica dell’attaccante statunitense Folarin Balogun è stata sospesa, permettendogli di giocare contro il Belgio. La UEFA, l’organismo che governa il calcio europeo, e alcuni parlamentari hanno contestato la decisione e sollevato dubbi sulla neutralità della federazione mondiale. Quindici componenti della delegazione dell’Iran, insieme a membri dello staff e giornalisti, non hanno invece ottenuto il visto statunitense. La FIFA ha risposto di non poter intervenire sulle scelte migratorie dei Paesi ospitanti. «Dal punto di vista calcistico è stato un buon Mondiale. Da quello politico e organizzativo è un punto di non ritorno che non bisogna seguire. Non può esserci questa contiguità tra politica sportiva e politica degli Stati. Il calcio è di tutti, ma qui è sembrato più che mai dei potenti», ha ribadito il giornalista di Gazzetta dello Sport.

La premiazione ha riunito tutte queste tensioni. Quando Infantino e Trump sono entrati sul prato con la Coppa, il pubblico li ha accolti con fischi e “boo”. «Tutto lo stadio ha scaricato il proprio dissenso», ha ricordato Licari. Il presidente americano ha consegnato il trofeo ed è rimasto accanto ai giocatori durante le fotografie, prima di essere accompagnato a lato. Così è finito nell’immagine della Spagna campione.

Fuori, Noraiz ha fotografato l’autobus argentino scortato dalla polizia e ha scritto: «Messi è su quel pullman». Dopo la partita ha incontrato Haggagovic, influencer egiziano seguito da cinque milioni di persone. Era felice per la vittoria spagnola, meno per il prezzo dell’esperienza: «Per una persona normale non so quanto possa valerne la pena. I biglietti costano tantissimo. Questo non fa bene al calcio».

Il torneo allargato a 48 nazionali ha coinvolto più Paesi e riempito gli stadi con 6.810.966 spettatori, una media di 65.490 a partita e il 99,7 per cento di riempimento degli stadi. Dentro il MetLife la Spagna ha alzato la Coppa, fuori Noraiz e molti altri tifosi hanno potuto soltanto avvicinarsi ai cancelli. Il Mondiale resta un sogno, più globale che mai, ma anche più difficile da raggiungere per chi lo rende davvero vivo.

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