La terra ha ceduto sotto i piedi di centinaia di persone. Il 19 agosto, nella Repubblica Centrafricana, è crollata la miniera d’oro artigianale di Zamboyé, circa 50 chilometri da Baboua, vicino al confine con il Camerun. Il bilancio è di almeno 100 morti, in un sito minerario che, secondo le autorità locali, conta una popolazione di oltre 45mila abitanti.
Dietro questa tragedia c’è un sistema fatto di condizioni di lavoro precarie, sfruttamento e assenza di controlli adeguati. Per comprendere le dinamiche strutturali che si celano dietro la vicenda, Zeta ha parlato con la dottoressa Francesca Caruso, analista e co-fondatrice del Peace Agreements Monitor, esperta di Repubblica Centrafricana e mediatrice per Sant’Egidio (comunità cristiana, nata nel 1968 a Roma, ed oggi diffusa in 70 paesi del mondo, che opera in Repubblica Centrafricana come mediatrice di pace tra governo e gruppi armati) e con il professor Luca Raineri, politologo e ricercatore in Relazioni internazionali alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, che si occupa di conflitti, risorse naturali e attività estrattive in Africa.
Innanzitutto occorre distinguere tra due tipi di estrattivismo minerario in Africa: industriale e artigianale. «Il primo coinvolge grandi compagnie, è fortemente meccanizzato e quindi capace di estrarre grandi quantità di risorse, ma il lato negativo è un impiego limitato di manodopera locale: richiede soprattutto personale specializzato, spesso proveniente dall’estero o dalle capitali. Operando sulla base di contratti con gli Stati, garantisce maggiore leggibilità fiscale e, attraverso royalties e un ritorno, almeno in termini di investimenti sociali, per la comunità locale», spiega Luca Raineri.
Accanto all’estrazione industriale esiste l’estrattivismo artigianale (artisanal gold mining), basato su tecniche poco meccanizzate e sulla manodopera auto-organizzata. Impiega molte più persone e meno macchine, redistribuendo il reddito a una quota maggiore della popolazione, ma opera spesso in modo informale o abusivo, senza permessi, concessioni, royalties per lo Stato e nel mancato rispetto degli standard di sicurezza e ambientali.
Lo Stato talvolta non se ne accorge, perché si tratta di attività piccole e temporanee; altre volte le tollera consapevolmente, ritenendo che le comunità locali possano beneficiare maggiormente dell’accesso diretto alla risorsa rispetto all’arrivo di grandi compagnie straniere, spesso canadesi o australiane, che controllano il settore industriale.
«Questi siti, tuttavia, sorgono frequentemente in aree molto povere e possono diventare luoghi di forte violenza e criminalità. La presenza di armi, banditismo, droghe e prostituzione alimenta conflitti e insicurezza, mentre i minatori, prevalentemente uomini e privi di alternative, sono attratti dalla promessa di un rapido arricchimento», conclude Raineri.
C’è un’ulteriore distinzione tra siti minerari illegali e informali, due termini che, spiega Francesca Caruso, «sono distinti anche se molto spesso sono associati». «Illegale indica un’estrazione su vasta scala, ben finanziata e coordinata, che opera senza titolo ed è spesso legata a reti criminali e corruzione. Negli anni Novanta si parlava di “diamanti insanguinati”, per esempio in mano a gruppi armati che utilizzavano i proventi per finanziare le loro guerre, come in Angola, Sierra Leone o Liberia. Lo stesso accade oggi, per esempio, in Sudan. Informale, invece, indica un’attività su piccola scala e ad alta intensità di lavoro, dove lavorano i cosiddetti minatori artigianali: individui o comunità senza licenza, spinti dalla povertà e dalla totale assenza di alternative».
Nel caso di Zamboye si trattava quindi di un giacimento legale (registrato), ma informale.
«Non è un caso isolato, ed è un fenomeno in crescita: in Africa, ma anche in America Latina, dove la combinazione di povertà, prezzo dell’oro ai massimi e assenza dello Stato produce gli stessi cantieri. Gli incidenti si ripetono con una regolarità che dice molto sulle condizioni di lavoro. In Congo, sul sito di Rubaya, due frane a poche settimane di distanza, tra gennaio e marzo di quest’anno, hanno fatto centinaia di morti, con bilanci mai accertati».
Ma chi controlla queste miniere in Repubblica Centrafricana? «È difficile dirlo con precisione: ci sono pochi dati ufficiali, il controllo del territorio sfugge al controllo totale dello Stato ed è anche un Paese che si conosce molto poco: c’è pochissima ricerca sul campo», prosegue Caruso.
«Detto questo, gli attori che le controllano o sfruttano sono diversi: dai piccoli imprenditori registrati agli attori esterni, come il gruppo russo Wagner, che sembrerebbe controllare siti auriferi strategici in cambio di operazioni di sicurezza contro i gruppi armati e ribelli che, a loro volta, sfruttano giacimenti. Poi ci sono operatori cinesi e ruandesi con permessi regolari. Ovunque altrove ci sono gli scavatori artigianali e i loro intermediari.
È interessante notare come la Repubblica Centrafricana non sia neanche tra i principali produttori d’oro africani: la sua produzione, relativamente modesta, viene addirittura riportata nelle “categorie aggregate” delle statistiche del World Gold Council, ben lontana dai paesi leader del settore.
«L’oro può fungere da moneta di scambio per remunerare i servizi prestati dai mercenari. Sono state dispiegate quelle che un tempo erano le forze del gruppo russo Wagner e che, in alcuni Paesi, hanno successivamente cambiato denominazione, confluendo nel cosiddetto Africa Corps, posto direttamente alle dipendenze del Cremlino. Queste forze vengono quindi ricompensate per i servizi offerti. In alcuni casi, il pagamento avviene in natura, attraverso l’accesso alle risorse minerarie, come l’oro. Per esempio, in diversi Paesi del Sahel l’accesso ad alcune miniere d’oro potrebbe aver costituito parte degli accordi tra gli Stati della regione e le forze russe. In questo senso, la Repubblica Centrafricana rappresenta un caso particolarmente significativo, direi cruciale: per lungo tempo è stato il principale fulcro della presenza russa nel continente africano. Oggi forse è stato superato da altri Paesi, ma rimane comunque di grande importanza. Le forze russe sono infatti fortemente presenti e in grado di esercitare una notevole influenza sulla politica nazionale», afferma Raineri.
Anche se, ci tiene a sottolineare Caruso, «se ci concentriamo su quanto accaduto (la tragedia del crollo della miniera ndr) toglierei l’attenzione ai Wagner, troppo spesso unica narrazione del Paese nei nostri giornali, e mi concentrerei su problemi strutturali che purtroppo non sparirebbero automaticamente con la partenza dei Wagner: a Zamboyé è in atto un’indagine del governo per definire i responsabili. Tuttavia, l’opposizione punta il dito contro il governo per la mancanza di efficacia e di controllo di queste miniere».
«Detto questo», prosegue, «si tratta anche di un Paese estremamente fragile che, pur volendo, oggi non ha i mezzi, oltre ad essere estremamente esteso, per evitare in maniera repentina questo tipo di tragedie».

«Due giorni prima del crollo, il proprietario aveva chiuso l’accesso al giacimento per via delle piogge. Ma i minatori sono entrati lo stesso. Per controllarne l’accesso ci sono oggi anche decine di militari dell’esercito, le stime ufficiali variano dai 20 ai 100, ma si tratta di cifre ridicole rispetto al numero di persone che vive intorno alla miniera. I militari non sono stati in grado di bloccare il passaggio. Considerando le fragilità degli Stati del continente e la creazione parallela di zone che sfuggono al controllo statale in maniera quasi strutturale, i rischi che tragedie come questa accadano sono molti».







