Alta tensione, Milano blindata

Dopo gli scontri il centro resta presidiato. Tra controlli e proteste, le voci dei giovanissimi

Davanti al Duomo di Milano, gli agenti in borghese fermano soprattutto i ragazzi vestiti di nero. È lunedì 19 ottobre. Dopo un fine settimana di scontri e saccheggi, il centro della città è ancora presidiato dalle forze dell’ordine. Chiedono i documenti, controllano le tasche e in alcuni casi filmano le identificazioni. Tra i passanti si muovono anche gli uomini della Squadra mobile, alcuni in motocicletta, con il volto coperto fino agli occhi.

Sabato tutto era cominciato con una manifestazione pacifica. L’appello era partito da Instagram e TikTok: «Italia in piazza», una mobilitazione contro il carovita e gli stipendi bassi, senza bandiere di partito. In strada erano arrivati migliaia di manifestanti, soprattutto giovanissimi. Tra gli identificati di sabato c’erano anche due dodicenni. Poi, in via Broletto, gruppi di ragazzi, molti vestiti di nero e con il volto coperto, hanno cominciato a lanciare sassi e bombe carta contro la polizia. Gli scontri sono proseguiti fino alla Galleria Vittorio Emanuele II, mentre alcuni negozi venivano saccheggiati. Domenica le violenze sono riprese. Delle 271 persone accompagnate in questura, 220 erano minorenni.

La mobilitazione continua intanto a organizzarsi online. Una nuova sigla, «Movimento 17 ottobre», annuncia proteste ogni sabato in otto città italiane. Su Telegram, in un gruppo privato che lunedì conta circa 250 iscritti, circolano consigli su come partecipare ai cortei ed evitare di essere identificati.

In piazza Duomo, una poliziotta in borghese spiega che i controlli sono a campione, ma riguardano soprattutto i più giovani con abiti scuri. Non sempre basta mostrare la carta d’identità: gli agenti riprendono anche i volti, i documenti e le perquisizioni. Poco lontano, alcuni ragazzi raccontano di essere stati raggiunti da poliziotti arrivati di corsa e afferrati per il collo. Altri protestano con i giornalisti che li stanno riprendendo: «Siamo minorenni».

«Io sono a favore della manifestazione, ma non in questo modo». Andrea ha 21 anni e da qualche mese cerca lavoro. Non condanna chi è sceso in piazza, ma chi ha approfittato della protesta per entrare nei negozi e rubare. «Potevo venire a prendere qualche vestito come gli altri, ma non l’ho fatto. Non l’ho fatto perché penso che sia una cosa sbagliata», ripete due volte.

Ma sulle ragioni della protesta non ha dubbi. «Il nostro futuro è importante», dice. «Serve manifestare, ma non così». Milano gli piace, ma è difficile vivere qui: «La sicurezza scarseggia. Poi gli stipendi sono bassi rispetto al costo della vita». Del futuro parla al plurale, pensando alla sua generazione: «Per ora non ci aspetta un granché». Poi aggiunge: «Speriamo che piano piano col tempo si migliori».

Un altro ragazzo è arrivato in centro per girare dei video. Fa il content creator e ha seguito le proteste di sabato e domenica. «Mi è arrivato un lacrimogeno addosso e neanche me l’aspettavo», racconta. «Sono arrivato, mi sono unito, mi sono messo a fare due rime». Non pensava di trovarsi in mezzo agli scontri. «Secondo me hanno fatto bene, ma hanno esagerato». Da quel che sa, sono stati gli «sbirri» a cominciare. Poi si corregge: «Vabbè, la polizia… ».

Teo, invece, durante gli scontri non c’era. Studia all’Accademia di Belle Arti e ha seguito le proteste sui social. Ora accompagna un amico che vuole realizzare un progetto artistico sulle violenze del weekend. Secondo lui, per alcuni giovani la manifestazione è stata «un’occasione per sfogare la loro rabbia verso la società». Non condivide quello che è successo, ma è venuto a vedere di persona. «Oggi abbiamo saputo che dovrebbe esserci un’altra manifestazione», racconta. Poi aggiunge: «Da quello che sembra, tutto a posto».

Dietro una vetrina attraversata da crepe, tre manichini sono ancora in posa. Davanti, il nastro bianco e rosso del Comune di Milano. Poco più in là, Foot Locker ha i vetri sfondati e un altro negozio è sbarrato con tavole di legno. Due ragazze gli passano davanti, una con lo zaino sulle spalle, l’altra con il telefono in mano. Osservano per qualche secondo, poi procedono. In via Montenapoleone, anche le boutique di lusso sono rimaste chiuse e hanno ritirato la merce per timore di nuovi saccheggi. Mentre le attività tengono le saracinesche abbassate, il governo annuncia l’invio di altri 500 militari a Milano per rafforzare i presìdi di Strade Sicure.

Nel tardo pomeriggio, in piazza San Carlo, a pochi passi dal Duomo, si riunisce il centrodestra milanese. Davanti a un enorme schermo pubblicitario, gli esponenti politici reggono uno striscione nero: «Maranza e centri sociali, pene esemplari per questi criminali». Il deputato di Forza Italia Matteo Perego di Cremnago prende la parola: «Non importa se sono tredicenni, quattordicenni, quindicenni. Se prendi un sasso e lo tiri contro le forze dell’ordine sei un criminale e devi essere punito».

A pochi passi dallo striscione che invoca punizioni, due giovani si mettono in posa con il volto completamente nascosto. Uno, gonna scozzese, calze a rete e scarpe da ginnastica, ha la testa avvolta in un drappo rosso, L’altra posa sui tacchi alti, un velo nero calato sul viso. Alle loro spalle, le bandiere tricolori e i carabinieri schierati a sorvegliare il presidio.

Quando alcuni ragazzi si avvicinano per contestare il presidio, partono gli insulti. «Torna nel deserto, lavati», grida qualcuno dalla parte del centrodestra. Spintoni, minacce, qualche petardo. Poliziotti e carabinieri intervengono per separare i due gruppi. Poliziotti e carabinieri intervengono per separare i due gruppi. I giovani leghisti restano schierati dietro uno striscione: «Vi remigreremo tutti».

Podcast ZetaPOD

Podcast

TG ZetaTG

TG

GR ZetaGR

GR

Iscriviti a
Zeta Data Lab

Iscriviti alla nostra newsletter