Alle 15.08 di sabato, le strade del centro di Roma sono quasi deserte. In ogni incrocio e in ogni piazza, un presidio della polizia. Solo il rumore degli elicotteri disturba il silenzio. Il Movimento 17 ottobre, che ha rivendicato i disordini del 17 ottobre a Milano nell’ambito di una protesta contro il governo e contro il carovita, aveva annunciato nuove insurrezioni e suggerito la possibilità di derive violente: la città si è preparata, tra le vetrine blindate dei negozi in via del Corso e il dispiegamento di 1500 agenti di polizia. Nello stesso pomeriggio erano previste tre diverse manifestazioni: eppure, all’inizio, tutto sembra tacere.
Le persone accorrono dapprima con timidezza, poi sempre più numerose. In via Cavour si radunano circa 7000 manifestanti, tutti confluiti nel corteo contro la guerra, pacifico e autorizzato. Tra bandiere palestinesi e vessilli della pace, i partecipanti contestano anche al governo di non pensare al futuro dei giovani. «Se non si scende in piazza, nessuno ci ascolta», racconta un ragazzo. Poco distante, un manifestante mostra un cartello con i principali protagonisti della politica internazionale su uno sfondo rosso: «Culla della democraCIA», esclama, descrivendo la rappresentazione come un «inferno sociale».

Mentre in via Cavour si canta Bella Ciao e compaiono scritte come «Quo usque tandem abutere patientia nostra?» (per quanto ancora abuserai della nostra pazienza?), qualcuno inizia a mormorare. «Al Colosseo fanno una cosa più violenta”, dice una ragazza a due amici. Intorno alle 17, una parte dei manifestanti si stacca dal corteo principale percorrendo un itinerario non autorizzato. Ai piedi del Colosseo, alcuni forzano un portone e irrompono nel monumento, ma vengono subito respinti dal personale di sicurezza all’interno. La polizia in tenuta antisommossa si avvicina, molti corrono via, altri caricano le forze dell’ordine, che indietreggiano mentre la folla inizia a sciogliersi.
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Il corteo non si ferma: si sposta invece verso Santa Maria Maggiore, tra fumogeni e cori come «Meloni a casa» e «Tout le monde déteste la police» (Tutto il mondo detesta la polizia). Cresce il numero dei partecipanti, e la polizia in assetto antisommossa indietreggia davanti alla folla.

Altre manifestazioni spontanee sorgono nelle principali città d’Italia. Per lo più pacifiche, alcune vedono scontri violenti con le forze dell’ordine: a Bologna i mezzi di soccorso effettuano 17 interventi, a Torino la polizia carica i manifestanti con manganelli e lacrimogeni almeno tre volte. In tutti i casi, i partecipanti esprimono un disagio diffuso: mancanza di risorse e di prospettive, malcontento nei confronti del governo.
Quando il corteo di Roma raggiunge Termini, l’ingresso della stazione viene chiuso. La folla prosegue in piazza della Repubblica e lungo via Vittorio Emanuele. Subito prima di largo di Santa Susanna, un nuovo cordone della polizia impedisce di proseguire. «Venite a manifestare anche voi!», urlano i partecipanti dalla prima fila. «Non abbiamo futuro, non abbiamo pensioni, non abbiamo niente!». Alle 19:23, qualcuno lancia una bottiglia, la polizia reagisce con cariche e idranti: un manifestante viene ferito alla testa, altri sono spinti a terra dal getto d’acqua. Sono le 19:50 quando la folla, ancora numerosa, inizia a spostarsi. All’inizio, si sentono per lo più grida risentite contro le forze dell’ordine. Poi, mentre ripercorre a ritroso la strada che costeggia la stazione Termini, una decina di cittadini affacciati ai balconi applaude e incita il corteo, qualcuno urla «Grazie, grazie!». Ricominciano cori come “siamo tutti antifascisti”; da una cassa parte musica ad alto volume. Si muovono con passo più leggero, verso il quartiere di San Lorenzo.







