«Il concerto è necessario. È necessaria questa gente nella piazza», dice Niccolò Fabi dietro i vetri del box di Rai Radio 2, intervistato da Gino Castaldo. È appena sceso dal palco dove ora La Niña sta cantando il suo folk radicato nel sound popolare. San Giovanni, quella piazza, sembra ascoltarlo e fa tremare la basilica romana saltando sulle note di Figlia d’ ‘a Tempesta.
Il Concertone del 2026 sta in questo dialogo. Uno spazio dove i giovani riscoprono il senso della festa, mentre i veterani ricordano, come spiega a Zeta Michele Esposito, batterista dei Ministri, che «la musica deve tornare a essere di tutti, non solo di chi può permettersela».
Tra baccelli di fave vuoti e palloncini che condannano il genocidio, il primo maggio della capitale ha un’aria da festival consapevole. Una fiesta tosta, come cantavano nel 2012 i Litfiba, quota rock di questa edizione. «Bisogna fare rumore», è l’opinione del cantautore siciliano Nico Arezzo, perché «il rumore è la cosa più importante in giorni come questi, dove chiediamo più diritti e più rispetto».
«La ricerca della dignità sul lavoro è il motivo per cui così tanti ragazzi sono venuti qui oggi», aggiunge la vincitrice dell’ultima edizione di X-Factor, Rob, a spasso nel backstage. Un piccolo salotto, dove quelli che in Complesso del Primo Maggio Elio e le Storie Tese definivano “avannotti”, gli emergenti, si aggirano senza una meta precisa, distesi, forse solo felici di esserci.
Anche quando stanno per dar vita a un incidente diplomatico con un barista, come succede alla band romana Tigri da Soggiorno. Ma le quattro birre arrivano e si può continuare a festeggiare. E anche a rivendicare. «Oggi come non mai la sicurezza sul lavoro è fondamentale», ci dice la cantautrice svegliaginevra, «e noi artisti sappiamo bene quanto bisogno abbiamo di sentirci sicuri, tutelati, di combattere per quello che ci spetta. Questo concerto deve continuare ad esistere».
La pensa così anche Alice Bisi, in arte Birthh, secondo cui «in cui questo momento storico questa piazza ha più senso che mai. È tempo di capire che dobbiamo vivere e non soltanto sopravvivere. Continuiamo a spingere e, come ha detto poco fa la mia collega Emma Nolde, a immaginare».
C’è chi già lo fa, come la bimba di quattro anni appesa alla transenna che sceglie con cura la pagina del taccuino su cui ricevere l’autografo di Colombre, che si sbriga a spegnere la sigaretta per accontentarla. Forse quella è La felicità e basta di cui cantava con Maria Antonietta poco fa sul palco. O forse quella delle giovani che sull’autobus 3, direzione Valle Giulia, tornando a casa dal Concertone, continuano a guardare i video delle esibizioni in loop, continuano a voler essere parte della festa.






