Contro la paura, guida alla “sicurezza democratica”

Il saggio di Gabrielli e Bonini propone un'altra idea di ordine pubblico

Ramy Elgami ha solo 19 anni il giorno in cui muore schiantandosi sull’asfalto inseguito dai carabinieri a Milano. È la notte del 24 novembre 2024: i militari fermano lui e un suo amico a bordo di uno scooterone, ma i due scappano per otto chilometri. Poi Ramy, seduto dietro, cade dalla moto e finisce per terra, schiacciato contro un palo stradale. Restano le immagini delle telecamere a bordo delle pattuglie. Agli inizi di gennaio 2025, quando il video arriva sui social e ai telegiornali, gli italiani imparano a conoscere ogni istante di quella fuga. Il ministro Matteo Salvini, segretario della Lega, scrive: «Hanno solo fatto il loro dovere». Il prefetto Franco Gabrielli, capo della polizia dal 2016 al 2021, però non è d’accordo: «Non è la modalità corretta con cui si conduce un inseguimento».

In quelle frasi sul caso Ramy c’è già l’idea di sicurezza democratica che a un anno di distanza Gabrielli presenta insieme al vicedirettore di Repubblica Carlo Bonini in Contro la paura (Feltrinelli), un saggio che cerca di smontare il modello securitario dominante nella politica italiana degli ultimi quattro anni.

Gabrielli e Bonini partono da un concetto semplice: la sicurezza trattata come palcoscenico produce soprattutto paura. Così la strada per difendersi senza perdersi comincia da una rieducazione responsabile alla realtà. Più la politica costruisce consenso sulla percezione dell’emergenza permanente, più il paese si sente insicuro. È da questa idea che gli autori rileggono le grandi sfide contemporanee: dalle migrazioni alle zone rosse, dalla gestione delle piazze alle carceri, fino al dominio digitale e all’intelligence.

Bonini e Gabrielli criticano il governo Meloni: l’approccio emergenziale dell’ordine pubblico, che «smette di governare un evento e diventa gestione di un paradosso», l’inasprimento simbolico delle pene, la retorica securitaria, la legittima difesa trasformata in un totem. Al contrario, propongono una sicurezza «relazionale» e «olistica», costruita su prevenzione, integrazione e fiducia tra cittadini e istituzioni. Non una filosofia alternativa, semmai un metodo.

La proposta è ridisegnare il rapporto tra cittadini e istituzioni. E quindi agenti più preparati e riconoscibili, una redistribuzione più intelligente delle competenze tra i corpi, sale operative realmente unificate, coordinamento stabile tra apparati dello Stato, politiche migratorie strutturate. Un’idea di sicurezza umana, vicina alla lezione di Robert Peel, primo ministro inglese che nel 1749 accompagnò la creazione di Scotland Yard con la frase: «La polizia è il pubblico e il pubblico è la polizia».

Tra i capitoli più interessanti c’è quello dedicato alla cybersecurity, affrontata non come materia da specialisti ma come uno dei grandi terreni di conflitto del presente. Per Bonini e Gabrielli «il tema decisivo del nostro tempo è la difesa dell’integrità del nostro spazio digitale». L’intelligenza artificiale, spiegano, moltiplica sia gli attacchi sia le capacità difensive, ma costringe lo Stato a cambiare mentalità: «La cybersicurezza è una funzione di continuità democratica». Un passaggio che sposta il discorso dai confini fisici a quelli invisibili della rete, dove si giocano ormai affidabilità delle istituzioni, manipolazione dell’informazione e fiducia pubblica.

 A tratti il libro rischia di trasformarsi in un lungo documento programmatico, soprattutto quando entra nel dettaglio delle riforme amministrative o dei modelli organizzativi per servizi segreti e protezione civile. Ma anche in quelle pagine Contro la paura ha il merito di rimettere al centro la complessità. E di provare a indicare una soluzione per sfuggire a una condanna alla paura. Perché, scrivono gli autori, «sicurezza non significa licenza di forza, ma garanzia di diritti e doveri».

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