Live Ultim’ora – seguono aggiornamenti
12:02
Live Ultim’ora – seguono aggiornamenti
12:02

«Così nacque El País»

Il giornalista Juan Cruz ricorda il 4 maggio 1976: mentre il giornale usciva dalle rotative di Madrid, a Londra nasceva il primo ufficio di corrispondenza

Quel primo giorno di cinquant’anni fa, Juan Cruz lo visse soltanto in fotografia. Non era nella redazione di Madrid quando El País uscì per la prima volta dalle rotative, il 4 maggio 1976. Era a Londra, dove stava avviando l’ufficio di corrispondenza del nuovo quotidiano. Due giorni dopo gli arrivò una copia: leggera, sciupata dal viaggio, come di seconda mano. «È davvero questo El País?», si chiese. Oggi quel foglio fragile è diventato il principale giornale generalista spagnolo, con centinaia di migliaia di abbonati digitali, edizioni internazionali tra Europa e America Latina, milioni di lettori sui social e una presenza sempre più forte tra podcast, video e newsletter.

La prima pagina del quotidiano El País di martedì 4 maggio 1976

Juan Cruz ha 77 anni e continua a scrivere su El País, del quale è stato anche vicedirettore. A lungo responsabile delle pagine culturali e di opinione, ha intervistato alcune delle personalità più importanti del Novecento e grandi protagonisti della cultura ispanoamericana. Alla storia della testata ha dedicato anche Una memoria de «El País»: la vida en una redacción (Debolsillo), libro insieme affettuoso e lucidissimo, ricco di documenti e nostalgia, che narra dall’interno l’avventura di uno dei simboli della nuova Spagna democratica.

«Sembrava lo scheletro di un giornale, e forse somigliava alla Spagna, lo scheletro di un Paese. Una nazione ancora grigiastra che si riprendeva a fatica da un franchismo impertinente», ricorda al telefono con Zeta dalla sua casa di Madrid. Come i cittadini che cercavano di ritrovare creatività e libertà dopo una lunga stagione di censura, anche in quelle pagine che macchiavano le dita d’inchiostro si intravedeva un’ambizione più grande. «Il primo El País era fatto perché la gente capisse che si trattava di costruire un Paese, in questo caso con la P maiuscola, diverso. Capace di raccontare ciò che nessuno aveva osato raccontare, nemmeno dopo la morte di Francisco Franco».

Al lavoro nei primi giorni c’erano un centinaio di persone tra giornalisti, grafici e dipendenti. «Eravamo desolati, ma felici. Molta gente credeva che non saremmo durati nulla». Alla guida del progetto c’era Juan Luis Cebrián, giovane direttore chiamato dagli editori Spottorno e Polanco a dare forma a una voce moderna, europeista e indipendente.

I valori fondativi erano chiari. «La libertà. Prima di tutto», dice Cruz. Libertà dopo decenni di censura, ma anche verifica delle fonti, apertura internazionale. «La cosa più importante di El País era il rigore», indicando nel giornalismo anglosassone un modello di riferimento insieme al francese Le Monde e a Repubblica di Eugenio Scalfari, fondato pochi mesi prima.

Per molti lettori non fu solo un quotidiano. «Era il giornale in cui la gente incontrava il futuro», sintetizza il veterano. Il giorno in cui la passione civile si animò con maggiore coraggio ed entusiasmo arrivò il 23 febbraio 1981, durante il tentato colpo di Stato militare del tenente colonnello Antonio Tejero. Cruz era in redazione quando Cebrián scese dal suo studio e disse ai redattori: «Questo è un golpe. Tutti ai vostri posti. Chi vuole andarsene, se ne vada». Quasi nessuno si alzò dalla sedia o smise di picchiettare sulla tastiera. Nella notte El País uscì con un titolo a nove colonne: «Con la costituzione», e quindi contro i golpisti.

Cinquant’anni dopo, la testata celebra questa eredità con una serie di iniziative speciali: una rivista commemorativa di oltre 300 pagine, una mostra fotografica al Matadero di Madrid, tre giorni di incontri pubblici e un nuovo libro dello scrittore Javier CercasEl periódico de la democracia (Random House), dedicato al rapporto tra il giornale e la storia iberica recente.

La prima pagina del quotidiano El País di lunedì 4 maggio 2026

In programma anche un’esposizione di trenta oggetti simbolici appartenuti ai giornalisti: un frammento del muro di Berlino portato da un corrispondente, il giubbotto antiproiettile usato in Ucraina dall’inviato Cristian Segura, la macchina da scrivere dello scrittore Javier Marías e gli accrediti di Cannes dello storico critico Ángel Fernández-Santos.

Oggi El País è molto diverso da quella copia sottile arrivata a Londra nel 1976 tra le mani di Juan Cruz. Compie mezzo secolo con 17.806 numeri stampati alle spalle, oltre 450 mila abbonati digitali, una redazione che supera le 500 persone e la più ampia rete di corrispondenti in lingua spagnola, con sedi in Spagna, America Latina e Stati Uniti.

Ma i valori restano gli stessi dei pionieri. «Mi sembra che le cose più importanti di El País di allora siano le cose più importanti di El País di oggi», osserva. Il 28 aprile molti dei giornalisti che portarono in edicola l’edizione inaugurale si sono ritrovati nella capitale per un pranzo celebrativo insieme all’attuale direttore Jan Martínez Ahrens. Nella foto di gruppo ci sono cronisti, inviati, redattori e tecnici che contribuirono a costruire il quotidiano nell’epoca della Transizione.

Il momento più toccante è arrivato quando Julián García Candau, una delle grandi firme di allora, ha letto i nomi di coloro che comparivano nel primo numero e si è fermato in lacrime davanti a quello del giovane dipendente morto nell’attentato terroristico di estrema destra del 1978 contro la sede. Il pacco bomba, destinato proprio a García Candau, uccise un usciere che lo stava consegnando.

Il ricordo accompagna ancora El País mentre attraversa una nuova stagione, tra piattaforme digitali e intelligenza artificiale che ridisegnano il ruolo dell’informazione. Juan Cruz, che di quella storia resta una delle voci più autorevoli, guarda avanti con queste parole: «La sfida è non lasciarsi trascinare da un futuro che ancora non si chiama presente».

Podcast ZetaPOD

Podcast

TG ZetaTG

TG

GR ZetaGR

GR

Iscriviti a
Zeta Data Lab

Iscriviti alla nostra newsletter