Objection, startup fondata dall’avvocato australiano Aron D’Souza e finanziata da Peter Thiel, decide se il contenuto di un articolo è vero o no. L’intelligenza artificiale diventa un tribunale per valutare il lavoro dei giornalisti. La verità viene stabilita in un processo virtuale a cui può accedere solo chi può permetterselo. Chi ritiene di essere stato rappresentato in modo sbagliato o fuorviante dai media può pagare 2.000 dollari, prezzo di partenza, per contestare il lavoro dei giornalisti.
Da quel momento si attiva un processo di verifica nel quale collaboratori con esperienze investigative raccolgono documenti, testimonianze e altri elementi. Il materiale viene analizzato da diversi sistemi di intelligenza artificiale sviluppati da aziende come OpenAI, Anthropic, Google e xAI. L’esito sarà un indice numerico, definito “Honor Index”, che secondo i promotori misura affidabilità e accuratezza del giornalista.

D’Souza è già noto per aver sostenuto la causa che ha portato al fallimento del blog americano Gawker. L’avvocato ritiene che negli Stati Uniti si sia creato un forte squilibrio tra chi pubblica le notizie e chi ne è oggetto. Objection si presenta come uno strumento capace di riequilibrare i rapporti, introducendo un livello ulteriore di controllo.
Secondo Filiberto Brozzetti, professore di Ai And Data Protection Law alla Luiss, il giudizio sull’iniziativa cambia molto a seconda del contesto giuridico di riferimento. «Non sono così scandalizzato», osserva. «In un sistema come quello americano l’informazione è un mercato libero e le controversie si risolvono spesso attraverso strumenti costosi come le cause legali. Questo tipo di piattaforma si inserisce in quella logica: una sorta di controffensiva, senza effetti giuridici, ma con strumenti simili a quelli dell’inchiesta giornalistica».
La principale criticità è il sistema di Objection che privilegia documenti ufficiali e prove verificabili, mentre assegna un valore molto più basso alle fonti anonime. Una scelta che rischia di incidere su uno dei pilastri del giornalismo investigativo, dove l’anonimato è spesso l’unica condizione che consente alle fonti di esporsi. «Nel momento in cui si svalutano le prove anonime si rischia di minare il sistema giornalistico», è l’obiezione più frequente.
Brozzetti, pur riconoscendo il problema, invita a considerare anche l’alternativa. «Negli Stati Uniti l’accesso alla giustizia è estremamente costoso e riservato a pochi. Rispetto a una causa federale, uno strumento del genere può risultare persino più accessibile», spiega. Il punto, semmai, riguarda la natura del risultato: «Non c’è alcuna valenza legale. Si costruisce un rating dei giornalisti che opera sul piano sociale, non su quello giuridico».
Il rischio è duplice. Da un lato la gestione dei dati, spesso sensibili, che vengono caricati nella piattaforma per alimentare la controinchiesta. Dall’altro la trasparenza degli algoritmi utilizzati. «Non abbiamo garanzie che il sistema sia neutrale. È difficile immaginare che non sia orientato in qualche modo», osserva sottolineando come lo stesso impianto di Objection sia strutturato per generare una narrazione alternativa, più che una valutazione imparziale.
Resta poi il tema economico. Il costo rende la piattaforma utilizzabile da individui e organizzazioni con ampi budget. Il prezzo di partenza è di 2.000 dollari per una verifica di base, ma può salire fino a 15.000 per analisi più approfondite. Il timore è che lo strumento possa trasformarsi in una leva di pressione da parte di soggetti già forti nei confronti dei media.
Eppure, conclude Brozzetti, il fenomeno va letto dentro una trasformazione più ampia. «In un sistema come quello americano, dove mancano ordini professionali e meccanismi di controllo simili ai nostri, strumenti di questo tipo nascono come risposta a un vuoto. Non sono neutri, ma nemmeno del tutto privi di funzione. Sono il prodotto dello stesso ambiente che li rende necessari».







