Il rumore dei detriti schiacciati dalle ruote dell’auto accompagna quello delle scavatrici in lontananza. Jawad, le mani serrate sul volante, guarda verso il fratello, ma nessuno dei due parla. Fuori dal finestrino, le strade della città di Nabatiye, nel sud del Libano, sono un succedersi di edifici sventrati, macchine incenerite e frammenti di mobili ricoperti di calcinacci. «Sembra Gaza»: dice piano Jawad e Moussa scuote la testa, mentre un enorme poster in bianco e nero compare alla sua destra. È una foto di Imad Mughniyeh, leader del gruppo paramilitare Hezbollah fino alla sua morte nel 2008.
«Ho riconosciuto il luogo grazie all’immagine», spiega Moussa a Zeta: «Ho capito che la montagna di polvere e cemento davanti a me era ciò che rimaneva di Dippn’ Fries, il fast food dove andavo sempre con i miei amici e che ora non esiste più». L’intensificarsi degli scontri a inizio aprile tra i miliziani di Hezbollah e l’esercito israeliano ha coinvolto molti centri abitati libanesi, in particolare la periferia meridionale di Beirut e l’area a sud del fiume Litani. «Un pomeriggio sono andato a trovare un amico che abita a Deir El Zahrani, a pochi chilometri da casa mia», racconta: «Lì ho visto partire un missile diretto verso Israele. In quel momento, ho capito che se fossi rimasto sarei morto». La sera stessa, insieme ai genitori ha impacchettato tutto ciò che poteva e insieme sono partiti per Alman El, una cittadina cristiana nel distretto centrale di Shuf: «Mio padre aveva affittato un appartamento lì tre mesi prima. Per sicurezza e perché temeva che ne avremmo avuto bisogno. Speravo avesse torto».
A differenza di molti concittadini costretti a rifugiarsi nel nord e nel centro del Paese, Moussa e la sua famiglia non hanno avuto difficoltà a integrarsi: «I nostri nuovi vicini ci hanno accolto con gentilezza e non è scontato. Spesso i libanesi del nord, soprattutto i cristiani, associano i musulmani sciiti con Hezbollah e non vogliono avere niente a che fare con noi». È quanto successo a un suo amico, trasferitosi a Zahle nel 2024 insieme ai genitori: «All’inizio nessuno voleva affittargli casa perché sua madre indossava l’hijab. Quando andava a fare la spesa le persone chiamavano la polizia perché gli sequestrassero le buste e lo perquisissero». Oggi il ragazzo vive a Doha, in Qatar. «Lo capisco», ammette: «All’estero è diverso. Quando sono stato in Francia o in Spagna, nessuno mi chiedeva quale fosse la mia religione, ma qui le persone ci fanno caso».
Crescendo al sud, Moussa ha sempre sentito di essere una minoranza: «Dalle mie parti, molti sostengono Hezbollah. Non perché abbia costruito scuole o ospedali, né perché condividano lo stesso credo. Il problema è che la gente non si è mai sentita protetta, ha paura di Israele e pensa che l’unica scelta sia dare supporto ai miliziani. Io sono contrario al movimento e a questa guerra, che non ha niente a che fare con il Libano, ma è per l’Iran».
A 22 anni, Moussa è iscritto al semestre conclusivo all’Université Saint-Joseph di Beirut e fino a due mesi fa non pensava di trasferirsi a Parigi per continuare a studiare economia. Oggi aspetta il visto. Dopo il cessate il fuoco concordato il 16 aprile con Tel Aviv, è tornato a Nabatiye per recuperare ciò che nella fretta si era lasciato indietro: «Casa mia era ancora in piedi, ma quelle dei miei nonni, dei miei zii, degli amici con cui sono cresciuto non c’erano più. Me ne vado perché so che non mi è rimasto niente. Lascio una città fantasma». Non c’è esitazione nella voce quando dice: «Non domani e forse nemmeno tra un anno o cinque, ma un giorno voglio tornare e la voglio ricostruire».
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