Ermanno Cavazzoni, Storia di un’amicizia

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Gianni Celati non voleva essere uno scrittore. Avrebbe preferito essere Pinocchio, «l’archetipo di tutte le sue fughe successive», uno «che si fa fregare, continuamente, come un coglione, per poi darsela a gambe». Anche perché «della parola scrittore ci si deve un po’ vergognare, comporta una certa supponenza e una dose di boria», spiega a Ermanno Cavazzoni la prima volta che i due si incontrano, nel 1985, nella casa che fu di Ludovico Ariosto, vicino Reggio Emilia. Quasi litigano. Ma è l’incipit della Storia di un’amicizia tra due penne di provincia in fuga: da sé stessi, dalle convenzioni, dalle «troppe parole» che «diventano un rumore indistinto e assordante di fondo, che non cessa mai».

Per quasi quarant’anni i due, fondatori nel 1995 della rivista Il Semplice, lottano con una realtà a cui sembra loro di non appartenere. Prima la disillusione politica per i fallimenti del comunismo, poi la critica al progresso, a «internet, che è il regno diabolico delle fesserie sotto forma di informazione». Si raccontano che l’impero romano sta ancora finendo di crollare, sognano di attraversare l’Asia a piedi, o di raggiungere un’isola di plastica nel mezzo dell’Oceano Atlantico, dove girare un documentario. «Ci piaceva questo grande viaggio a vuoto, che non conclude niente, se non discorsi balordi», si legge.

Cavazzoni riassume questo vagabondare fraterno in oltre duecento pagine che non aspirano a essere una biografia. Né la sua, né quella di Celati, che scrittore, alla fine, lo è diventato, e uno dei più attenti a raccontare la vita italiana nei margini, in libri come Narratori delle pianure e Verso la foce. Per l’autore emiliano, invece, l’approdo alla dozzina del Premio Strega è un riconoscimento per cinquant’anni di carriera, che arriva dopo la vittoria del Campiello nel 2018 con il romanzo fantascientifico La galassia dei dementi.

Questa Storia di un’amicizia, edita da Quodlibet, è una favola di «vino sfuso, che non avvelenava» bevuto insieme nelle trattorie di Bologna, di un errare funambolico tra le «zone acquitrinose del delta del Po», sognando di essere personaggi usciti dalle pagine dell’Orlando Furioso o da qualche poema cavalleresco del Cinquecento. Una personale rivisitazione di quel viaggio raccontato nel 1957 da Jack Kerouac in Sulla strada. Qui le osterie prendono il posto dei club jazz e la voce beat di Neal Cassady si incarna nel pensiero di Celati, quando quest’ultimo dice che «la vita è tutta qua, cercare di campare, però all’aperto, in movimento, e con un po’ di insicurezza».

La stessa insicurezza che trasuda dalle parole scritte negli ultimi anni di vita da Celati, morto nel 2022, e che l’autore lascia raccontare a scambi di mail sconnesse, dove il linguaggio quasi evapora. L’effetto nocivo di James Joyce sulla psiche di un essere umano, cerca di convincersi Cavazzoni, dopo aver seguito l’amico nel suo penoso lavoro di traduzione dell’Ulisse. Anche in quell’ultimo ritiro silenzioso, nella casa di Brighton, «la soddisfazione vera» resta «poter lasciare qualche seme». Quelli che oggi uno scrittore sconsolato ha rimesso insieme in un libro, come frammenti per puntellare le rovine di un’amicizia che non muore.

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