Mauro Covacich, Lina e il sasso

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Max e Lina camminano verso le Torri. Lui le racconta per l’ennesima volta la favola della zuppa di sasso: un lupo bussa alla porta di una gallina, porta con sé un sasso che non cuoce mai, e intorno a quella pentola vuota, poco alla volta, arrivano tutti gli animali. Ognuno aggiunge qualcosa. Sedano, zucchine, porri, carote. La zuppa è pronta, ma il sasso resta crudo.

Da quel sasso che non cuoce mai prende forma Lina e il sasso, il nuovo romanzo di Mauro Covacich, candidato al Premio Strega 2026 da Edoardo Nesi, scrittore e vincitore nel 2011 con Storia della mia gente. Non è la prima partecipazione di Covacich: nel 2015 era stato finalista del Premio con La sposa

In Lina e il sasso il racconto si muove nella periferia romana, attorno a tre torri di cemento e a una famiglia sbilenca. Elena è una fisioterapista, madre di Lina, bambina affetta da sindrome di Down. Con loro vive Max, scrittore in crisi che riesce a stabilire con Lina un legame profondo, fatto di tragitti verso la scuola, favole, segreti. Carlotta, l’ex compagna di Max, lavora in radio e nella vita privata cerca incontri sessuali con sconosciuti.

La bambina è il centro del romanzo: comica, vulnerabile, lenta nel linguaggio e nei movimenti, ma capace di costringere gli adulti a scoprirsi. Intorno a lei, la durezza e le paure di Elena, la resa di Max, la fame di sguardi di Carlotta. 

Nel romanzo tutto passa dai corpi. Elena lavora su quelli degli altri: li tocca, li cura, li piega al dolore della riabilitazione. Carlotta espone il suo al desiderio, agli sguardi degli altri, alla vergogna. Max ingrassa, fuma, cammina fino allo sfinimento. I grandi occhiali di Lina, la sua ipotonia, la fatica di stare dritta dentro un mondo che chiede prestazione, velocità, precisione. Così il romanzo parla di cura, ma anche del suo rovescio: il controllo, l’umiliazione, il bisogno di correggere ciò che non rientra nella norma.

La struttura segue una logica non lineare, procede per scene e cambi di prospettiva: spostamenti quotidiani, scontri, dialoghi. Il punto di vista si sposta da Elena a Max, da Max a Carlotta, dalla casa alle strade, dalle Torri alla stanza della nonna malata. Il racconto cambia punto di vista, entra e esce dalle teste dei personaggi, alterna vicinanza e distanza. A tratti compare una voce che non coincide del tutto con loro e li osserva dall’esterno, come se anche chi racconta faticasse a capirli. Covacich lascia che i personaggi restino parziali, a volte contraddittori, spesso sgradevoli, senza mai darne un profilo definitivo.

Ognuno porta con sé un sasso che non riesce mai a sciogliere: la malattia, il fallimento, l’abbandono, il desiderio, la paura di essere responsabili di qualcun altro. La zuppa è quello che gli adulti riescono a mettere insieme: poco, spesso male, ma comunque qualcosa. Il sasso, però, rimane nella pentola. Covacich chiede di soffermarsi su quello che non cuoce, che non cambia, e non si lascia spiegare.

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