Difesa e guerra cognitiva, la mente è il nuovo fronte

Alla Camera nasce Cultura della Difesa, piattaforma su sicurezza, resilienza e guerre ibride tra comunicazione, geopolitica e formazione
Biblioteca della Camera

Generali in uniforme, inviati al fronte, studiosi di intelligenza artificiale e di politica industriale. Nella Sala del Refettorio della Camera dei Deputati si parla di guerre in cui il campo di battaglia è la nostra testa. Seduto al tavolo in fondo alla sala, il generale Massimo Panizzi, comandante dell’Istituto geografico militare, dice: «La mente è la nuova frontiera». Una frase che racchiude il progetto Cultura della Difesa, lanciato giovedì 21 maggio a palazzo San Macuto, dove si riuniscono le commissioni parlamentari.

Durante l’incontro è stato presentato il report Cultura della Difesa. Comunicazione, geopolitica e formazione (Luiss University Press), una sintesi degli interventi e degli sviluppi registrati negli ultimi sei mesi sui temi della comunicazione strategica, della governance e dei sistemi complessi.

Nato nell’autunno 2025 da un’idea della Scuola di Giornalismo Luiss con rappresentanti del mondo universitario, militare e istituzionale, Cultura della Difesa vuole diventare una piattaforma permanente di confronto sui temi della sicurezza e della resilienza. L’obiettivo è portare il dibattito oltre le caserme e le cittadelle attraverso una rivista quadrimestrale cartacea e digitale e un premio annuale dedicato a chi contribuisce a diffondere un nuovo sguardo sul ruolo delle forze armate.

«Difesa, sicurezza e resilienza non sono sinonimi ma concetti complementari», ha spiegato il tenente colonnello Vincenzo D’Anna, curatore del volume. «Oggi in un mondo non mediato abbiamo bisogno di mediatori», ha aggiunto riferendosi a giornalisti e comunicatori. Da qui l’idea di creare uno spazio di confronto per promuovere una visione integrata degli equilibri internazionali, diplomatici e di pace.

Ad aprire i lavori è stato il saluto del vicepresidente della Camera Giorgio Mulè, seguito dagli interventi del direttore della Scuola di Giornalismo Luiss Gianni Riotta, di Vincenzo D’Anna e del generale Panizzi. Poi un dibattito moderato dalla giornalista Tonia Cartolano con l’editorialista Maurizio Caprara, il presidente del Centro Alti Studi per la Difesa, generale Stefano Mannino, Elena Baralis del Politecnico di Torino, Luisa Riccardi della Direzione nazionale armamenti e l’esperto di risorse umane Stefano Toncich.

«Noi abbiamo ancora una visione del militare come quello che deve intervenire nelle emergenze o nelle calamità», ha osservato l’editorialista del Corriere della Sera Maurizio Caprara, sottolineando come in Italia esista ancora una percezione parziale del ruolo delle stellette.

Per decenni la parola “difesa” ha evocato immagini sbagliate. Negli anni ’70 la radio passava le disavventure comiche del colonnello Buttiglione, uno stralunato alto ufficiale dell’esercito protagonista del programma Alto gradimento. Poi il servizio di leva obbligatorio ha stimolato l’immaginario della naja crudele, dei giovani con la testa rasata, dei canti accorati e del letto a cubo da fare la mattina, da stendere la sera.

Oggi chi indossa una divisa si muove in uno scenario diverso. «Ci troviamo immersi in una complessità sistemica crescente, con scenari instabili, imprevedibili e per questo più pericolosi», ha spiegato il generale Mannino. Guerre ibride, spazio cibernetico, intelligenza artificiale e gestione delle informazioni stanno ridefinendo competenze e priorità. Il soldato delle nuove crisi non è più soltanto quello addestrato a presidiare un confine: deve comprendere la tecnologia, interpretare dati e prendere decisioni in tempi sempre più ridotti.

Per questo è necessario costruire un sapere in grado di parlare a scuole, università e gente comune, in un’epoca di crisi segnata da instabilità geopolitica, emergenza climatica, trasformazioni sociali e rivoluzione tecnologica. Perché, come ha osservato il generale Masiello, «la pace ha un prezzo, non è più gratis. Non c’è più qualcuno che paga per noi».

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