Le raccolte fondi sono opache, secondo un’analisi di Transparency International
Le elezioni sono vicine, la democrazia è ancora lontana da questa stanza. In Italia, il sistema di finanziamento alla politica è ancora poco trasparente, con conseguenti costi per gli elettori e per la qualità della rappresentanza. Questo, almeno, quanto emerge dall’incontro Moneytor tenutosi giovedì 29 ottobre presso la Fondazione Lelio e Lisli Basso di Roma.
«Possiamo assumere che almeno una parte delle dichiarazioni sia sommersa, perché alcune cose non sono definite chiaramente dalla legge, le norme sono aggirabili, si può sfuggire sfruttando i criteri poco chiari», afferma Aiste Galinyte di Transparency International Italia, mentre presenta i risultati preliminari del loro studio annuale sul finanziamento ai partiti.
Un ostacolo è il modo in cui questi dichiarano i propri finanziamenti: Fratelli d’Italia e il Partito Democratico, per esempio, caricano file in formato non scaricabile e consultabile solo online. «Questo rende difficile elaborare e confrontare i dati e aumenta la probabilità di errori e refusi», spiega Andrea Bilotta di Transparency International Italia. Nel 2025, solo + Europa ha pubblicato i propri finanziamenti in formato Excel, che invece consente di analizzare statisticamente i numeri riportati.
Quello che si sa, per ora, è che l’importanza degli investimenti privati ai partiti sembra diminuire: dopo un picco nel 2022, le entrate dei partiti sono scese a un minimo storico (poco meno di sedici milioni e trecentomila euro), corrispondente a un calo di 20% rispetto al 2024. Il supporto di società private è pari a circa il 14% dei finanziamenti totali. Cresce invece il contributo delle rimesse ai partiti dai parlamentari eletti.
È anche vero, come spiega Vincenzo Smaldore della Fondazione OpenPolis, che i partiti stessi appaiono sempre più marginali: «l’interesse privato raggiunge direttamente il candidato. Ci sono centinaia di realtà organizzative, come fondazioni, associazioni e think tank, che accompagnano la carriera personale dei politici e che possono essere veicolo di relazioni, interessi e traffici più o meno legali. Il fatto è che giuridicamente sono molto difficili da tracciare». Cita l’esempio del Movimento Mondo al Contrario legato al Generale Roberto Vannacci, e afferma: «dovremo vedere che ruolo avrà questa associazione nel supportare il nuovo partito di Vannacci alle prossime elezioni».
E se qualcuno fosse tentato di disinteressarsi al tema, il magistrato Gherardo Colombo, che nel 1992 ha lavorato all’inchiesta Mani Pulite, chiarisce perché la trasparenza e la democraticità dei finanziamenti dovrebbero preoccupare tutti. «Quando c’è corruzione, quando ci sono finanziamenti occulti, a pagare sono i consumatori: i prezzi si alzano e la qualità dei beni si abbassa». Ma è anche una questione di parità: «a me sembra che oggi i partiti siano strutture più o meno vuote, non c’è bisogno che abbiano soldi loro: basta essere sulla stessa lunghezza d’onda di chi i soldi ce li ha. Chi non è su questa linea fa una fatica doppia: e spesso si tratta di chi vuole rappresentare situazioni di fragilità e emarginazione. Questo non è un assetto di rappresentanza democratico».
A questo punto, le possibilità di azione sono due: «pretendere leggi più chiare e comprensive sulla trasparenza, che non lascino buchi normativi quando si tratta di singoli candidati e del ruolo delle fondazioni», come richiede Federico Anghelé, direttore di The Good Lobby Italia; e introdurre una cultura di legalità dal basso, come si augura Colombo. «Dobbiamo darci da fare, fare fatica per cambiare le cose», dice il magistrato. Se non ci riusciremo noi, spiega, possiamo almeno sperare nelle prossime generazioni: «Abbiamo una grandissima fortuna: che si muore e che arriva altra gente».








