Elezioni in Israele, tutti festeggiano ma nessuno ha vinto

Netanyahu si ferma a 53 seggi, Eisenkot a 48. I 19 seggi dei partiti arabi potrebbero rivelarsi decisivi

Nella notte tra il 27 e il 28 ottobre, Benjamin Netanyahu, primo ministro israeliano, arriva sorridendo al centro congressi di Gerusalemme dove il Likud, il partito nazionalista di destra di cui è a capo, attende i risultati. Sono passate le tre. Netanyahu applaude, la folla risponde esultando e sventolando bandiere bianche e blu con la Stella di David. «La sua retorica è sempre la stessa: vuole presentarsi come l’unico in grado di salvare Israele», racconta Stephanie, giornalista freelance americana con cittadinanza israeliana, sul posto per seguire lo spoglio. «I suoi sostenitori lo chiamano “Bibi, re d’Israele”, lo descrivono come un messia. È al potere da troppo tempo, dovrebbe farsi da parte».

Poco prima, su un grande schermo, erano passati gli abbracci tra Netanyahu e il presidente statunitense Donald Trump, alternati alle immagini degli attacchi condotti dall’esercito israeliano dopo il 7 ottobre 2023, giorno in cui Hamas, il movimento palestinese che governava Gaza, attaccò il sud di Israele uccidendo 1.200 persone e prendendone in ostaggio 250. «È il primo voto dopo tre anni di guerra. Molti israeliani vogliono qualcosa di diverso», spiega la reporter. «Il problema è che quando parli con i suoi sostenitori ti chiedono: “Se non lui, chi?”. Non riescono a immaginare qualcun altro al potere». Come tanti, Stephanie si dice delusa, «ma intorno a me sento anche una cauta speranza. Finché il presidente non affiderà a qualcuno l’incarico di formare un governo, è ancora tutto da vedere».

Ventiquattro ore dopo la chiusura dei seggi il futuro politico dell’attuale premier resta incerto: il suo blocco si ferma a 53 seggi, quello del principale rivale, Gadi Eisenkot, ex capo di Stato maggiore e leader del partito centrista Yashar!, a 48. Le due formazioni arabe, Lista Unita e Ra’am, ne ottengono insieme 19. Per controllare la Knesset, il parlamento monocamerale israeliano, ne servono 61. Restano da contare le circa 480 mila schede speciali, un sistema di voto riservato soprattutto a militari, detenuti, diplomatici all’estero e a chi si trovasse impossibilitato a votare nel seggio assegnato. 

In alternativa alla coalizione nazionalista e di estrema destra capeggiata da Netanyahu, Eisenkot, dopo una lunga carriera nell’esercito, ha fondato Yashar! nel settembre 2025, partito che ha raccolto i voti di molti israeliani scontenti dell’attuale governo. «Tante persone qui hanno seppellito figli, fratelli, mariti, amici», riflette Stephanie, «Eisenkot conosce questo dolore, durante la guerra a Gaza ha perso il figlio Gal e due nipoti. Molti si riconoscono in questo». A rafforzare Eisenkot è anche la sua richiesta di chiarire le responsabilità del 7 ottobre tramite l’istituzione di una commissione d’inchiesta. Un tema che lo contrappone a Netanyahu, sotto processo per corruzione e altri reati legati a presunti abusi della sua funzione pubblica.

Il dato più inatteso arriva però dall’elettorato arabo. Stephanie, che vive a Jaffa, città con una comunità mista, negli anni scorsi sentiva spesso ripetere: «Perché dovrei votare? Tanto non cambierà nulla nella mia vita». Questa volta, invece, «ho visto una grande partecipazione e ho pensato: wow». Dopo la chiusura dei seggi, sui gruppi social che segue sono comparsi video di fuochi d’artificio nei villaggi arabi. L’affluenza nazionale ha raggiunto il 77,7 per cento, la più alta dal 1999.

«Quei 19 seggi possono diventare decisivi», riflette Stephanie. Eisenkot potrebbe cercare il sostegno di Lista Unita e Ra’am o tentare un accordo con Netanyahu. «Ora vedremo chi vuole davvero il cambiamento. Perché non è sufficiente fare campagna, prendere i voti e promettere di migliorare le cose. Bisogna farlo davvero».

Se invece nessuno riuscirà a mettere insieme 61 seggi dopo i diversi tentativi di formare un governo, la Knesset sarà sciolta ed entro circa 6 mesi Israele tornerà alle urne. «La mia paura», ammette, «è che se una mobilitazione così ampia non avrà conseguenze concrete, molti elettori potrebbero tornare a chiedersi: perché perdere tempo? La prossima volta meglio stare a casa».

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