C’è un video che sta circolando nelle ultime ore. Si vede un bambino, gli mancano i denti davanti, viene intervistato dopo aver vinto una gara di kart della Baby Academy. L’intervistatore gli chiede quali siano i suoi sogni. Andrea, che solo più avanti tutti avrebbero cominciato a chiamare Kimi, non ha dubbi: diventare campione del mondo.
Undici anni dopo corre in Formula 1. Al Gran Premio del Messico taglia il traguardo in terza posizione. Davanti a lui ci sono gli undici titoli mondiali conquistati da Max Verstappen e Lewis Hamilton, ma il risultato più grande è il suo. Con quel terzo posto diventa campione del mondo con ancora quattro gare da disputare, è così il più giovane iridato nella storia della Formula 1.
Kimi si definisce un ragazzo normale: «Mamma e papà mi danno ancora la paghetta». È arrivato in Mercedes nel 2025, prendendo il posto di un mostro sacro della categoria: Lewis Hamilton, sette volte campione del mondo, passato alla Ferrari. Quando venne annunciato il suo ingaggio, molti tifosi diedero del matto a Toto Wolff, team principal della Mercedes. Affidare una monoposto così importante a un ragazzo tanto giovane, per di più chiamato a raccogliere l’eredità di Hamilton, sembrava una follia.
Il primo anno di Kimi aveva persino dato ragione agli scettici. Aveva chiuso la stagione al settimo posto con 150 punti, mentre il compagno di squadra George Russell, alla guida della stessa macchina, aveva terminato quarto. Ci si aspettava qualcosa in più da lui, soprattutto dopo le grandi aspettative che avevano accompagnato il suo arrivo.
Poi la svolta. Nel 2026 arriva secondo in Australia e conquista la sua prima vittoria alla seconda gara, in Cina. Passano quattro Gran Premi prima che un altro pilota riesca a salire sul gradino più alto del podio. Gara dopo gara, l’ipotesi di vedere un nuovo campione del mondo diventa sempre più concreta. E alla fine succede davvero.
Kimi può finalmente festeggiare la vittoria che sognava da bambino. Quando taglia il traguardo, la voce della mamma arriva dalla radio: «Bravo Andrea!», tutti lo chiamano Kimi, tranne la mamma. Lui scoppia a piangere. Racconterà poi di avere avuto così tante lacrime agli occhi da non riuscire quasi più a vedere la strada. Dopo la mamma arrivano le congratulazioni del resto del team e quelle di Toto Wolff.
Poi c’è il podio in Messico, con lo champagne che finalmente può bere. In Giappone e negli Stati Uniti aveva dovuto rinunciare ai festeggiamenti alcolici per via del limite d’età, fissato a 21 anni. Infine, la fotografia destinata a entrare nella storia: Kimi sollevato sulle spalle da Max Verstappen e Lewis Hamilton. Undici titoli mondiali, che con il suo diventano dodici.
Chissà se Andrea se la immaginava, una scena così. Chissà se, durante quell’intervista a nove anni, qualcuno gli avesse raccontato cosa gli avrebbe riservato il futuro, ci avrebbe creduto. O se sarebbe rimasto incredulo davanti a una prospettiva tanto grande. Forse sì, forse no. Perché diventare campione del mondo a 20 anni è una realtà talmente bella da riuscire a superare persino i sogni.








